venerdì 6 febbraio 2015

PAROLE SUL BELLO - la neve

#4
Fermai i miei passi quel giorno
nella neve silente,
la gente passava:
“Che passi e vada!
Io mi fermo:
ascolterò finalmente il silenzio!”

PACE
Voltammo l’angolo, superammo la curva:
solo bianco
ammassato su altro bianco
spolverato un po’ di bianco;
paesaggio gelato
e il cuore si scioglie

#1
Una mattina, faceva freddo
e il mio occhio cadde su un pino nano.
Tutto era gelato.
Tutto era gelato, 
ma in me scorreva un nuovo calore: era bello!

martedì 3 febbraio 2015

DIALOGO DI UN BAMBINO CON UN MORTO - bozza

- Fermati!
- Chi?
- Tu!
- No
- Sì
- No!
- Fermati e non rompere!
- Cosa vuoi?
- Non devo parlare con persone che non conosco
- Come potresti conoscermi se non ti fermi per farlo?
* mm ha ragione … *
- La mamma ha detto così!
- La mamma non è qui
- Ma ha detto così!
- Non ti voglio portare via dalla mamma: se aspetti due minuti poi puoi andare dove vuoi
- Cosa vuoi?
- Volevo incontrarti
- Perché
- Perché è da un po’ che ti osservo
- Vedi: sei uno dei cattivi!
* adesso corro via *
- Non sono ‘uno dei cattivi’, come dici tu: ti ho osservato stesso perché ero interessato a conoscerti: sei un bambino sveglio, che va bene a scuola e ha molti amici; ti piacciono le lasagne della mamma, ma odi il suo risotto giallo, mentre ti piace tanto quello della nonna Isa; giochi spesso con i bastoni a fare finta di essere una specie di soldato-ninja-generale-agentesegreto e spesso, quando c’è il sole, scendi in giardino e immagini immense battaglie in cui sei sempre l’eroe che salva la situazione … tutto giusto fin qua?
- Come fai a saperlo? Mi spii?
- Come potrei spiarti dovunque? Se davvero ti spiassi da dietro un binocolo o da un balcone vicino, come potrei sapere che la sera, quando la mamma ti ha salutato per la notte, stringi il tuo peluche e gli sussurri pianissimo cosa hai fatto durante il giorno perché ‘lui è stato tutto il giorno qui e non ha visto niente’? Come potrei sapere tutto questo?
- Non lo so … ho paura
- Non averne, non ce n’è bisogno: io non sono un maniaco, uno che rapisce i bambini al supermercato quando disobbediscono ai genitori … vuoi sapere chi sono?
- Sì
- Sono un morto
- Un morto?
- Sì
- Un fantasma
- No! Sono un morto: i fantasmi non esistono! Sono solo un’invenzione dei vivi per spiegare noi morti: a volte noi morti ci facciamo vedere, come ad esempio adesso io con te,  e spesso i vivi non capiscono cosa siamo; allora, secoli e secoli fa, i vivi si sono inventati questi ‘fantasmi’, che però non esistono, cioè sono proprio semplici morti, mica anime che vagano tra un mondo e l’altro
- Mi sembri matto
- Un po’ lo sono, ma questo soltanto perché sono morto
- I morti sono matti?
- No! I morti non sono matti, ma il fatto di non avere più un corpo ci rende leggeri e il cervello, leggero com’è, svolazza e a volte sembra impazzito
* Sì, questo è decisamente matto *
- Be’, ma alla fine, perché volevi conoscermi?
- Perché volevo parlare con una persona intelligente: ti ho notato e ho visto che sei sveglio, perciò volevo scambiare due parole con te. Che ne dici?
- Parliamo pure, ma di che?
- Ah, non so, quello che vuoi!
- Be’, non saprei … parliamo della morte!
- No! Ti prego è proprio un argomento noioso: non c’è altro?
- Non mi viene in mente altro
- Vuoi dirmi che non hai niente da chiedermi?
- Ti ho chiesto della morte e non mi hai risposto
- E va bene: cosa vuoi sapere?
- Cos’è la morte?
- Ma sei un bambino o un adulto molto basso e decisamente dai lineamenti bambineschi? Ahahahahah, scusa! Be’ come spiegare … la morte è … quando non c’è più vita!
- Questo lo so anche io! Dimmi qualcosa che non so!
- Eh che ne so di cosa sai e cosa non sai!
- Be’ allora dimmi cosa c’è dopo …
- Dopo cosa?
- Dopo!
- Cosa?
- DOPO!
- Dopo COSA?
- DOPO LA MORTE!
- Ah … dipende …
- Cosa vuol dire?
- Cosa?
- Dipende!
- Be’, vuol dire … vuol dire dipende!
- Da cosa dipende?
- Da tante cose ad esempio … oh, scusa: devo andare, ho un impegno …
- Ma sei un morto!!
- Addio, bambino!
- No! Resta!
- Non dire alla mamma che hai parlato con uno sconosciuto! Ti sgriderebbe!
- Fermati!, dimmi cosa c’è dopo!!

- Addio.

domenica 1 febbraio 2015

LUI (2)

E perché mai avrei dovuto desiderare che quel momento finisse? Fu proprio allora che scoprii un po' di pace: avrei dovuto allontanare da me quella sensazione meravigliosa? Forse avrei proprio dovuto, avrei dovuto 'mantenere le distanze' e tenermelo lontano, avrei dovuto usare il cervello e non dare ascolto alla pancia; avrei dovuto, ma non avrei potuto: se la mia mente diceva A il mio cuore rispondeva con più forza e più efficacia B.
Quando mi chiesero se sarei andato a pranzo risposi in maniera un po' evasiva, cercando di trovare il modo per non rispondere né sì né no, ma poi continuarono a chiedermelo, insisterono come fanno sempre e allora cedetti, mi arresi e confermai che ci sarei stato 'senza dubbio' … - ancora oggi non so se mi rattristo di quella conferma o se ringrazio Dio di avermela ispirata.
Arrivai contento nonostante tutto, pronto a passare una bella giornata con persone amiche, con gente socievole e piacevole, a ridere e scherzare, a sorridere e parlare del più e del meno: nel salone era già quasi tutto pronto per il pranzo, ma mancavano da sistemare i bicchieri, ancora impilati dentro la plastica. Mi fu chiesto di aiutare e, non appena mi fui liberato della giacca, mi misi a capovolgere davanti ad ogni tovagliolo un bicchiere, cosicché la polvere e lo sporco non vi entrassero.
Trascorremmo l'attesa parlando seduti ognuno al proprio posto, chi giocando con il coltello chi scorrendo le immagini sul cellulare, qualcuno scriveva a un amico, qualcuno ascoltava muto: i piccoli si intromettevano tra i grandi e pretendevano di poter parlare delle stesse cose, e noi, i 'grandi', li prendevamo amichevolmente in giro, prendendoci gioco di loro con quella sana malignità da adolescenti.
A poco a poco arrivavano tutti, ognuno prendendo il posto preferito tra quelli rimanenti: a qualcuno toccò sopportare persone che avrebbe volentieri evitato, ma non sempre è possibile scegliere seguendo solo il proprio piacere.
Oramai era ora di mangiare, dalla cucina era sempre più intenso il profumo del cibo che presto avremmo accolto molto volentieri nelle nostre pance. Ero sereno e quasi felice, con i pensieri e le angosce soffocate da mille parole e centinaia di risate, ma come sempre la mia serenità non poté avere vita troppo lunga: entrò dalla porta trascinandosi dietro i suoi amici, tutti accaldati dalla corsa appena fatta per arrivare in tempo per mangiare tutti assieme.
Erano stati tenuti loro dei posti, laggiù, dove io non li avevo notati, e proprio là si sedettero, tutti nascosti alla mia vista, tutti - ovviamente - tranne che uno di loro.
Tra le spalle di quello seduto davanti a me e la testa di quella seduta di fronte a lui lo intravedevo, nella sua felpa blu scuro, con il suo strano ciuffo biondo appena rifinito dal parrucchiere: rideva con  suoi compagni, con i suoi amici che iniziavano proprio allora ad avventarsi sui piatti riempiti.
Continuai a parlare con quelli vicino a me, continuai a sorridere e scherzare, iniziai a mangiare appena mi porsero il piatto pieno, badando di non disturbare con i miei gomiti le persone a fianco. Chiesi dell'acqua e mi venne passata - non so perché succede sempre! - una bottiglia di cola: dissi che ne volevo, che preferivo l'acqua e finalmente mi dissetai.
Finimmo tutti di mangiare il primo e ci fu quel momento che sempre c'è nei pranzi in cui c'è tanta gente: le persone si alzano e girovagano, andando da quello laggiù, ritornando verso il proprio tavolo, riallontanandosi per sedere ad un posto lasciato momentaneamente vuoto.
Decisi anche io che mi sarei sgranchito le gambe, ma proprio mentre stavo per allontanare la sedia dal tavolo sentii che qualcuno mi stava dietro le spalle: non avevo visto che stava avvicinandosi salutano tutti perché ero voltato dall'altra parte a chiedere notizie su quello che avremmo dovuto portare a scuola il giorno dopo.
Mi abbracciò da sopra, mi prese attorno al collo con le sue braccia magre, solo per un attimo, per poi darmi quel solito buffetto, quella carezza rapida con le sue mani sottili e delicate, morbide.
Si chinò e mi diede un bacio sulla guancia.
Non so quando aveva incominciato a salutarmi così, ci conoscevamo davvero da molto poco in realtà, qualche mese e nient'altro, eppure era affettuoso con me, con quell'affetto intimo e sincero, privo di finzione. Mi voltai e lo guardai dal basso, sorridente e pronto a salutarlo con uno dei miei fantastici 'Ciao!': era in piedi, eretto e fiero, nella sua felpa blu scuro, si passava una mano tra i capelli mentre l'altra la teneva poggiata alla mia spalla; salutava la persona di fronte a me, dall'altra parte del tavolo, con la sua consueta cortesia, non risparmiandosi uno dei suoi tipici commenti scherzosi - non ricordo a proposito di cosa.
Aspettai che avesse finito continuando a guardarlo dal basso: le sue labbra sottili e allegre, veloci e simpatiche mi ipnotizzavano.
Finalmente riguardò verso di me e incrociò il mio sguardo, io sorridevo e lui riprese a sorridere nell'incontrare i miei occhi.
«Ciao!» mi disse lui. Avrei voluto che quel saluto, con quello sguardo, quel sorriso, quella mano appoggiata sulla mia spalla, durasse in eterno, continuasse immutabile per l'eternità.

Mi ripresi da quella contemplazione e risposi: «Ciao!»

martedì 27 gennaio 2015

STORIA BREVE DI UN PAZZO

Nacque ormai diciotto anni fa e nacque in un giorno di primavera, verso sera, atteso da amici e parenti.
Crebbe in quella che tutti potrebbero definire un’infanzia felice e serena.
Poi crebbe davvero, e i giochi da bambino non si interruppero, bensì si intensificarono, divennero più prepotenti e in qualche modo grandiosi: con l’evoluzione della persona, evolveva anche il suo mondo, ma non evolveva verso una realtà comune e adulta, bensì in una decisione sempre più ristretta, sempre meglio pronta a difendersi da attacchi dal mondo reale.
Tutto ciò che era nato per un bambino ora aumentava per un quasi-uomo, e tutto peggiorò, tutto iniziò un lento scivolare via, giù, verso la più totale solitudine di pianti e depressioni, non patologiche forse, ma dolorose come ferite profonde.
Il bambino quindi crebbe in età, ma il suo mondo non crebbe con lui.
Ne nacque un bambino perso nel mondo reale, oppure un adulto smarrito nel suo mondo fanciullesco, comunque uno strano individuo, e non come tutti si è un po’ strani, ma talmente strano da sentirsi tale in una maniera troppo eccessiva, troppo diversa.
Il bambino si sentì spesso una vittima come in realtà capita a molti, ma a un certo punto si scoprì a variare da uno stato di eroismo e titanismo contro la sua condizione, a una condizione di miserabile che commisera se stesso per la propria miseria!
Scoppiò tutto per il bambino, e scoppiò tutto tante volte, ma non cambiò granché.

Un giorno il pazzo si ritrovò a scrivere di sé, e iniziò a scrivere di sé … se non sbaglio iniziò più o meno così: nacque ormai diciotto anni fa e …