giovedì 5 marzo 2015

PAROLE SUL BELLO - la luna

SEMPRE
Non c’è mai una volta
in cui tu non mi sia d’aiuto.
Non c’è mai una volta
in cui tu non mi sia di conforto.
Non c’è mai una volta
in cui i miei occhi rinuncino a cercarti.
E quanto poi ti vedo:
il sorriso, la gioia.

IL LAMPIONE
Tornavo a casa, solo,
il gelo tutt'attorno.
Camminavo nella notte,
il lampione si spense.
Guardai lassù,
verso la lampadina rotta:
c'era una luce più affettuosa a guardarmi.

#7
Miracolo di luce.
Splendore.

Maestosità e regalità.

mercoledì 4 marzo 2015

LUI (14)

Quel pomeriggio comprammo il gelato: io cioccolato fondente e cioccolato -porcello! -, lui cioccolato e crema - classicone.
Non faceva caldo, ma mi andava un po' di gelo sul palato e lui, come sempre, mi aveva soddisfatto offrendomi il cono. Aveva tirato fuori dalla tasca della sua felpona il suo portafogli striminzito e aveva insistito perché fosse lui a pagarmi il cono.
Giovane e romantico.
Camminavamo con il nostro cono in mano, uno a fianco dell'altro, senza parlare, tirando fuori la lingua per godere di quella dolcezza meravigliosa che scendeva bella fresca lungo la gola bollente; in tanti si accalcavano sotto i portici del centro, allora noi avevamo deciso di proseguire all'aria aperta, sotto il tiepido sole di fine inverno, quando il vento porta ancora con sé l'odore del gelo, ma i raggi luminosi iniziano a farsi caldi e gentili.
In mezzo alla strada, sul selciato ondulato, due vecchiettine ciarlavano in dialetto, urlando perché sorde. Erano decisamente comiche quelle due!
Più in là un tamarraccio si fumava la sua sigaretta nei suoi vestiti assolutamente scomodi, ma doveva fare il figo, quindi …
Io e lui ci guardammo dopo averlo notato e subito scoppiammo entrambi a ridere: quante volte avevamo commentato quanto quella gente fosse proprio un po' fuori di melone!
Superammo il tamarro e svoltammo in un viottolo che ci piaceva perché era silenzioso e solitario. Si spingeva tra vecchi edifici in cui abitava gente normale che usciva di casa la mattina e tornava la sera, immancabilmente, come se si fossero tutti messi d'accordo perché il viottolo fosse praticamente deserto per i pochi giovani che apprezzavano quella solitudine.
Io e lui ci andavamo quando, stufi di girare a zonzo per il centro, sentivamo il bisogno di un po' di silenzio e di pace: appena lasciavi la via principale e percorrevi il vicolo, tutti i suoni s'attutivano e risuonavano lontani e ovattati, le voci si perdevano e finalmente sentivi la voce di chi era con te senza disturbi, senza 'interferenze'.
Lui s'appoggiò al muro e io m'appoggiai al suo fianco, chinai un po' la testa sulla sua spalla e finii di mangiare il mio gelato - lui ovviamente lo aveva già finito da un pezzo.
«Come mai qui non c'è mai nessuno?»
«Non ne ho la più ppppallida idea» risposi io con l'ultimo pezzo di cono in bocca, pronto a sbrodolarmi con l'ultima goccia di gelato che si nasconde proprio nella punta!
«Quando veniamo qui non c'è mai nessuno … è strano … non se n'è accorto nessuno che qui c'è un vicolo»
«Non lo so proprio … però meglio … almeno posso stare un po' con te» dissi io, fingendo una voce innocente. Lui capì e mi guardo dall'alto sorridendomi e con un leggero sbuffo.
«Com'era il gelato?» mi chiese, guardandomi con quei suoi occhi luminosi: in quegli occhi da qualche tempo c'era qualcosa di nuovo, qualcosa di 'grande'; prima i suoi occhi erano belli e li amavo perché erano semplicemente belli, giovani, da giovane! Ora invece quella loro bellezza era in un certo modo potenziata da una luce nuova, ancora più luminosa … una luce saggia ed esperta … mi guardava e lo amavo davvero!
«Buono, molto buono! - dissi io, dimenticandomi le mie impressioni sul suo sguardo - e il tuo?»
«Mmmm, la crema non era buonissima, mentre il cioccolato era buono»
«Dove vuoi andare adesso? Parco o andiamo verso la stazione e poi torniamo indietro, verso casa?»
«Scegli tu, per me è uguale!»
«Allora rimaniamo qui ancora un po' - dissi io staccandomi dal muro. Mi misi davanti a lui e lo fissai diritto negli occhi, le mie mani ben infilate in tasca e le gambe larghe per mantenere bene l'equilibrio - voglio rimanere ancora qui, lontano dal casino!»
Lui sorrise e si passò una mano nel ciuffo biondo. Il parrucchiere gli aveva appena tagliato i capelli a lato della testa e mi pareva sempre più un pelatino, il mio pelatino!
Poi mi prese a un fianco e mi attirò a lui - il mio equilibrio ovviamente andò a farsi friggere!

Quando uscimmo dal vicolo rientrammo nel rumore e nella confusione della città … la gente non urlava né sbraitava, ma anche i sussurri erano assordanti assommati tutti assieme.
Noi, di contro, camminavamo silenziosi, l'uno accanto all'altro, io afferrandomi al suo braccio, lui chinando un poco la testa verso di me.
Avanzavamo insieme, osservando la gente.

Non avevamo bisogno di parole, il solo essere lì insieme era abbastanza.

martedì 3 marzo 2015

FAVOLA DELLA BUONA NOTTE

Quando la notte è serena, quando in cielo non c'è nulla, se non il luccichio delle stelle e le ali di qualche creatura notturna, quando neanche la luna arriva a disturbare gli occhietti ammiccanti delle stelle con la sua poderosa luce chiara, quando la notte è bella insomma una creatura tutta particolare si fa avanti nell'oscurità.
Aspetta che il sole sia ben oltre la linea del tramonto e si preoccupa che attorno non ci sia nessuno, che di fuori possa essere disturbata solo da qualche topolino o qualche gufo. Fiuta il vento e, soprattutto d'estate, aspetta che si levi quella brezza delicata e piacevole che spazza via il calore, le fatiche, le preoccupazioni, la luce, la pesantezza del giorno. Tende il suo muso fuori dalla sua 'tana' e attende: perlustra con il suo olfatto la zona attorno e avverte l'erba umida, rigogliosa, pronta a restituire, di giorni, profumi nuovi e nuovi colori di fiore, percepisce l'odore di terra smossa alle radici di un qualche alto albero, rifugio sicuro di qualche creaturina, sente la fragranza di accoglienza che sale da un nido posto tra i rami di quel pino nano in quel lontano giardino, quello che finisce proprio al limitare dei campi di mais. Quando è certa, questa creatura si spinge ancora pi fuori dalla sua 'tana' e un altro senso è subito attivato in perlustrazione della zona circostante: ascolta lo scricchiolio leggero di quel vecchissimo albero attraversato dal vento notturno, si ferma a contemplare il canto solitario di un grillo che non si è accorto che anche i suoi simili si sono stufati di far concerti con le loro zampette! Accoglie il suono di tre paia di gambette sottili che si arrampicano su una qualche corteccia secca.
Tutto appare sicuro, ed è solo quando tutto appare sicuro che la creatura emerge dalla sua 'tana':
è una sorta di ometto, di bambinetto magro e agile, con delle gambe sottili sottili ma forti, adatte anche a lunghe corse nell'erba; il suo corpo è coperto da una sorta di barba vegetale, come quella che cresce sui pini di montagna, una barbetta di color azzurrognolo che lo ricopre dal collo ginocchio, quasi come una tutina senza maniche. Ha un volto sveglio e sereno, felice: il naso è lungo e affilato, un po' all'insù verso la fine; gli occhi sono enormi palle giallastre, di un giallo prezioso e caldo, con al centro, pronte a guardare ogni cosa avidamente, due cerchietti scuri, le pupille; la bocca è sottile ma, si direbbe, sorridente, piegata in quella che potremmo definire un gaio sorriso da bambino ingenuo. La sua pelle è verdastra, quasi come le foglie degli alberi giovani, chiara e luminosa, vivace. In testa non ha i capelli, ma una specie di ammasso di intricati rametti di legno, disposti quasi come fossero stati organizzati da un uccellino pronto a covare il proprio uovo con la propria compagna.
La creatura guarda ora nella notte, scruta oltre i rami dell'albero sul quale si è arrampicata: i suoi occhi sono come quelli di un felino, o di un gufo, o di una civetta, cioè vedono nell'oscurità, ma, al contrario di queste creature, i suoi occhi non si illuminano come fari o lanterne.
Cos'ha con sé? Ha un lungo bastone sottile, leggero ma resistente, elastico, che si trascina dietro nella mano sinistra, ed ora che è accucciato sul ramo, il bastone pende dietro di lui, in precario equilibrio nella sua mano.  Ha anche qualcos'altro, appeso al collo, un po' nascosto nella 'barba' che gli ricopre il corpo … una sorta di corda, fatta di steli di prato, regge qualcosa, una sorta di ciondolo che sbatacchia contro il suo fragile petto 'barbuto': una specie di sfera irregolare di una sostanza che, se illuminata dal sole, sarebbe giallastra, come resina, ma rigida, come ambra, tuttavia non pura e scintillante, ma grezza e informe.
Ecco che ora è certo: solo la natura lo ascolta, solo la natura lo circonda; nessun uomo si trova lì attorno. Ora ne è certo: non ne sente né l'odore, né i rumori … non c'è.
Cosa sta facendo ora? Si arrampica ancora più su, leggero e delicato passa da un ramo all'altro, senza quasi fare rumore: ciò che muove è quello che muoverebbe un alito leggero di vento, il rumore che fa è quello che produrrebbe il battito d'ali di un giovane uccellino nel proprio nido.
Ha raggiunto la cima dell'albero: si vede tutto immerso nell'oscurità della notte senza luna, tutto è tranquillo e pacifico, non immoto, ma sereno e quieto.
Salta verso le stelle ed ecco che ricade, attratto a terra cade giù come un corpo morto, ma quando tocca terra non l'accompagna un tonfo rumoroso, bensì un rumore delicato, come se stesse solo sfiorando il sottobosco erboso.
Inizia a correre, tra i tronchi e i cespugli, come un alito di vento leggero che sfiora l'erba e la terra, sposta con delicatezza l'aria attorno a sé.
Si ferma, è su un'altura sgombra, solo in mezzo a dell'erba alta, morbida. Annusa l'aria: ancora l'uomo non c'è, è lontano. Sente una lumachina muoversi vicino a lui: il suo 'passo' lento ha spostato un sassolino, di poco, qualche centesimo di millimetro, ma un piccolissimo rumorino ha prodotto, uno scricchiolio quasi impercettibile. Sposta il suo piede nell'erba per liberare la via all'esserino.
Prende in mano quella sfera e sussurra qualcosa, delicatamente. È un verso sottile, sibilante, una carezza leggera: mentre parla si avvicina la sferetta alle labbra ed ecco che una stella sembra scesa sulla terra. Una luce intensa, limpida e giallastra si sprigiona dal cuore della 'pietra' e si spande tutt'attorno.
Questa luce è diversa dalle altre, è viva, è pulsante, ogni raggio è un alito di vita e a poco a poco il tutto prende forme diverse, strane figure si dipingono qui o là, tutte trasparenti, tutte di pura luce, ma ben distinte, ben definite.  La creatura continua a sussurrare e piano racconta nella sua lingua misteriosa qualcosa alla pietra. La pietra riluce, e splende, e in un certo senso arde.
Buio. Oscurità.
Le immagini sono scomparse, in un ultimo sibilo si sono tutte dileguate, un po' correndo tra gli alberi verso le montagna, qualcuna attraversando a pianura verso il fiume: come da un centro i raggi di una ruota, così dalla pietra la luce si è allontanata in ogni direzione, portando con sé un'immagine, una figura.

La creatura sorride: finché rimarrà anche solo uno della loro specie, ci saranno sempre sogni la notte.

domenica 1 marzo 2015

LUI (6)

Pensai a lungo se muovermi o se era meglio rimanere lì, fermo, ad aspettare: cosa potevo fare?
Il suo corpo era così bello, lo intravedevo tra le foglie del cespuglio, loro giocavano e scherzavano, qualcuno ogni tanto spariva, inghiottito dall'acqua fresca del lago, poi riemergeva e con non troppa delicatezza si issava sul piccolo molo, scaricando sul legno una gran quantità di acqua.
Ridevano tutti, felici e contenti di quei giochi semplici: ci si buttava, ci si spingeva, si fingeva di annegarsi a vicenda, ci si tuffava e si risaliva, tutti bagnati, tutti scottati dal sole dell'estate.
Qualcuno faceva il diverso, seduto tranquillamente sul pontile cercando di evitare gli schizzi, quasi come se l'acqua fosse acido corrosivo!
Lui ovviamente era tra i più euforici: era un continuo buttarsi e bagnare gli altri, ri-inzuppare quelli che avevano deciso di iniziare ad asciugarsi, tuffarsi in modi sempre più strani, sempre più assurdi, ovviamente sempre più pericolosi. Il suo petto magro scintillava ricoperto da migliaia e migliaia di goccioline minuscole, i capelli bagnati si appiccicavano alla testa, il costume zuppo si attaccava alle gambe.
Rideva, rideva di gusto e realmente felice, giocava, come giocano i bambini, lui, quasi uomo, giovane ma ormai cresciuto, aveva in volto quella serenità ch'io ritrovavo solo nei pargoli: gli altri ridevano e si divertivano, ma - chissà poi perché - mantenevano, o pretendevano di mantenere, quell'aria superiore e un po' strafottente, quell'aria che li faceva sentire adulti, più grandi di quanto fossero in realtà. Lui no! Lui tornava bambino, era bambino! Non perché fosse infantile, bambinesco, ma perché aveva quegli occhi belli, quegli occhi luminosi e curiosi, allegri, che non conoscono altro se non il gioco …
Rimasi a lungo nascosto dietro quel cespuglio, ad aspettare.
Vedevo quei sorrisi e quelle risate: animi giovani grati di un sole caldo, di un'acqua fantastica; li vedevo e li invidiavo, li osservavo e cresceva in me la gelosia … ma non li odiai, né allora né mai: vederli mi faceva nascere un gran desiderio di essere anche io come loro e vedendo lui questo desiderio sembrava trovare una via per realizzarsi. Sapevo che in lui stava la risposta a tutti i miei dubbi, a molte delle mie preoccupazioni.
Ad un certo punto sparì: non mi accorsi dove fosse scomparso. Prima era lì che scherzava, poi qualcuno aveva urlato alla sinistra e mi ero voltato verso il grido: lui non c'era più.
«Che fai qua? Non vieni con noi? Dai vieni con me a fare il bagno»
Tremai, mi spaventai e mi vergognai come un cane. Sentivo la vergogna come un caldo soffocante e insieme come un gelo pungente attraverso tutto il corpo: come avrei potuto guardare ancora quel volto, il suo corpo magro, come avrei osato parlargli.
«S..sì … arrivo, avevo soltanto bisogno di stare un po' solo …»
Mi guardava con quella sua aria spensierata, quell'aria che precedeva sempre una battuta, sempre tranne che con me: quando sul suo viso ritrovavo quell'espressione potevo essere certo che presto mi avrebbe preso per mano, accolto al suo fianco, che mi sarei sentito vicino a lui, mi sarei sentito da lui apprezzato e accettato.
Mi prese la mano, come un bimbo prende la mamma del babbo per portarlo a fargli vedere che bella torta di fango ha preparato in giardino.
Corremmo insieme sul molo, scansando tutti, urlando perché ci facessero strada e infine ci tuffammo insieme, mano nella mano, giù nell'acqua fresca, giù nel lago, insieme.
Furono ore felici, passate a giocare come bambini, trascorse a sorridere e ridere. A poco a poco a poco il sole tramontava nel pomeriggio avanzato e le persone attorno a noi sparivano, ci lasciavano, noi entravamo in un nostro mondo, fatto di sguardi e schizzi d'acqua , di prese in giro e battutacce.
Tutti continuavano il loro pomeriggio, qualcuno cercava di coinvolgerci in qualche nuovo scherzo, ma ora noi lasciavamo il gruppo per una nuotata fino alla boa laggiù, ora salivamo in casa, tutti zuppi, per prendere un goccio di acqua, per far finta di asciugarsi, ora, se tutti avevano deciso di sedersi al sole e non bagnarsi più, noi ci rigettavamo in acqua, soli, noi due soli.
Fu davvero un pomeriggio straordinario, meraviglioso: le sue braccia esili scintillavano al sole arancione e quelle braccia a volte le vedevo afferrarmi mentre a stento ci mantenevamo a galla, le vedevo stringermi a lui, poi inspiravamo e ci buttavamo di lato sott'acqua: i nostri occhi si inseguivano attraverso quella coltre liquida che deformava ogni forma, io cercavo quello sguardo che tanto amavo all'asciutto e ritrovavo quel sorriso, ma accompagnato da innumerevoli bolle.
Il tempo perse ogni significato, le dita ci divennero molli e la pelle tutta grinze, tutta bianca e sfatta. Non importava. La felicità era la medicina per quella stanchezza, il motivo per mantenersi a galla nonostante i muscoli fossero stremati.
Tutto svaniva e rimaneva solo l'acqua, il pontile, il sole e lui: come sentivo l'acqua scivolarmi via sulla pelle del corpo, come percepivo il calore del sole che calava a poco a poco dietro i monti, come calpestavo il legno bagnato del molo, così sentivo la sua pelle, le sue dita, il suo corpo; come se anche lui fosse un elemento, sentivo che stavo toccando le membra di un essere straordinario.

In quel pomeriggio ritrovai un giorno mai vissuto della mia giovinezza, mi sentii bambino, non perché sciocco e ignorante, ma perché finalmente libero e sereno.