martedì 13 maggio 2014

IL FIGLIO DELL'UOMO

Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissato,
che cosa è mai l'uomo perché di lui ti ricordi,
il figlio dell'uomo, perché te ne curi?"
                             - dal Salmo Ottavo

Sulla Terra sbocciavano i primi fiori nelle terre d'Europa e del Nord America, mentre in Brasile e Sud Africa si affrontavano i primi venti autunnali. Ma, sopra tutto questo, tutto era stabile, a ogni latitudine, a ogni longitudine, nei cieli tutto era uguale. Sopra il Mediterraneo, sopra la valle dell'Indo, sopra le foreste del Rio delle Amazzoni, sopra i monti dell'Himalaya e sopra le steppe dell'Asia, tutto era luce e pace, tutto era armonia e perfezione. Le anime dei beati cantavano e innalzavano le lodi a Dio Padre, l'Onnipotente; i Serafini glorificavano il Nome di Cristo; lo Spirito viveva in tutti e tutti vivevano nello Spirito. 
Un angelo era seduto là, proprio in quel punto da cui si vede tutta la Terra, si vede tutta l'esistenza terrena. Era solo e osservava gli Uomini, osservava i giorni e le generazioni, incuriosito. 
«Cosa guardi?» gli domandò Dio
«Guardo - rispose l'angelo - e tu sai cosa, poiché a te nulla sfugge »
«Dici il vero, ma dimmi comunque, cosa guardi?»
«Guardo il tuo Creato, l'opera meravigliosa delle tue dita; e allora osservo il cielo e le stelle, mi perdo in quelle luci affascinanti che scintillano nell'immensità del cosmo che tu, TU solo hai ordinato!»
«Angelo! non scherzare con colui che ti creò e di' cosa stai osservando»
«Osservo le tue opere sulla Terra, osservo le piante e la natura, gli animali e le stagioni, la perfetta armonia delle cose che corrono l'una dietro l'altra, gli attimi che scorrono verso il domani!»
«Ti ammonisco una seconda volta: non scherzare con colui che precipitò gli arroganti! di' cosa stai osservando»
«Perdona me, Creatore, ho scioccamente tentato di nascondere a te qualcosa, a te che scruti nell'intimo delle creature e che conosci ogni pensiero ed emozione: io osservavo gli ultimi da te voluti, quelli che creasti alla fine, che ponesti sulla Terra come custodi, osservavo quelli che ti tradirono, che ti tradirono non una, non due, non tre, ma infinite volte, e che continueranno a tradire,a tradire, e ancora a tradire! Dio, io osservavo loro e mi interrogavo, sono dubbioso!»
«Angelo, continua a parlare a Colui che, Solo, è Tre Persone»
«Perché li ponesti al di sopra del Creato, perché donasti loro il tesoro della Terra, perché non li gettasti con l'Angelo Decaduto, quando per la prima volta cedettero alla presunzione? Perché?»
«Io creai luce e tenebra, creai cieli e terre, acque e montagne, foreste e praterie, volli il sole e le stelle, volli aquile e delfini, volli piogge e venti, volli leoni e volli gazzelle: diedi al mondo regole e principi, poi creai l'Uomo. A lui concedetti grande onore e il mio rispetto, lo amai e gli diedi una compagna, la Donna, e allora fui contento anche io quando vidi il sorriso sulle mie creature. A loro imposi una sola regola e loro riuscirono a violarla. Li condannai. Li cacciai. Eppure soffrii quel giorno: vidi le mie creature più amate allontanarsi dal mio giardino, li vidi piangere per la fame, udii la Donna gridare nel dare alla luce un giovane Uomo, fino nell'alto dei cieli risuonarono i colpi della zappa dell'Uomo sulla dura terra. Soffrii, mi resi conto di amarli comunque, nonostante tutto io continuavo ad amarli. Concedetti un'altra possibilità: ma ormai il giardino era perduto, purtroppo la corruzione era già entrata nel cuore di quelle mie sublimi creature. Nelle generazioni continuarono a sfidarmi, continuarono a tentarmi, loro, i creati mettevano alla prova me, testavano il mio amore. E oggi, dopo tutto questo tempo, non posso, ripeto, non posso non amarli. Ogni volta che uno di loro piange, soffre davvero, allora anche la mia guancia è rigata da una lacrima; quando un uomo calpesta un suo simile, lo umilia, lo inganna, allora il mio cuore si stringe, come stretto in una morse insopportabile. Io che tutto so, che tutto conosco, che tutto comprendo e che tutto ha creato, Io, l'Onnipotente, il Signore della Storia e della Vita, Io non so perché continuo ad amarli. Forse è per quel bambino che si avvicina a un'altro bambino, il quale piange perché è preso in giro dai compagni, e gli offre metà del suo panino con la cioccolata; forse è per quel ragazzino che non ha paura di intromettersi in una rissa per difendere uno che nemmeno conosce da ingiuste botte, volute dal razzismo; forse è per quella donna che, senza che nessuno lo sappia, dà ogni giorno al clochard che sta davanti all'ufficio del fidanzato parte delle sue mance da cameriera; forse è per tutte queste piccole speranze che spesso passano in secondo piano, che vengono ignorate e dimenticate solo perché non sono così eclatanti come un omicidio o checchessia! Io li amo»
«Dio, perdonami se continuo a chiedermi perché»
«Angelo, le stesse domande che ti poni tu quassù, nell'alto dei cieli, anche laggiù, sulla cruenta polvere della Terra, qualcuno se le pone. Vedi, angelo, anche sulla Terra ci sono persone che riescono e vogliono ascoltare la mia voce, perché le mie leggi e le mie regole non sono state cancellate: amore, pietà, gioia, comunione, tutte sono ancora laggiù come lo sono quassù, solo, purtroppo, qualcosa si è rotto, l'antico equilibrio si è spezzato e l'odio, l'invidia, il male è entrato nei cuori degli Uomini ...
Loro possono vincere queste bestie oscene, queste ingannatrici crudeli e quando lo faranno io sarò lì, perché io li amo sarò sempre pronto a riabbracciarli!»

giovedì 8 maggio 2014

MAI NULLA!

"Non c'è una sola volta, una sola! Mai mi è concesso di vincere, di vedermi per una volta al centro, mai mi capita di ricevere le lodi e i complimenti, mai! Sempre e comunque io sto a seguire, sono in coda, e anche se sono stato bravo, se ho fatto davvero bene, beh allora c'è qualcuno che deve essere comunque più apprezzato, più lodato. 
Non mi vergogno a dirlo: io voglio essere al centro di tutto, voglio ricevere complimenti, addirittura voglio potermi sentire imbarazzato per tali complimenti; io sono alla ricerca della gloria, della fama, voglio che qualcuno si ricordi il mio nome. 
Mai una volta in cui qualcuno mi riconosca qualcosa oltre ogni altro. Mai che il complimento rivolto a me sia più di quello rivolto ad altri. Mi dicono che sono bravo e talentuoso, ma forse, per quel caso, quella occasione, quella situazione, è da lodare molto di più quello che ha fatto lui. E allora cosa mi resta? 
Poi, ci sono quelli che, non solo ricevono complimenti, ma pure non li meritano, eppure loro sono lodati.
Ancora, ci sono quelli che non sono in grado di riuscire in nulla, e a loro nessuno fa complimenti, ma loro si lamentano e a loro si guarda con compassione, li si aiuta, li si sostiene. 
A me non rimane nulla, mai nulla. Un'intuizione, se è a me che è venuta, è nulla, perché tanto sei un buffone, parli parli e sei isterico, logorroico. Ebbene io sono logorroico, sono isterico, parlo e parlo! Cosa vuoi? Che io stia zitto, non riesca e poi abbia la tua compassione?! No io voglio il mio trionfo, voglio la mia gloria, voglio raggiungere le vette più alte del cielo e voglio leggere il mio nome quando non me lo aspetto! 
Sono un ragazzino sciocco e arrogante? Forse, eppure io non posso non volere questo, mi accorgo pure che sia un'idea malata, eppure è l'idea che mi ronza sempre in testa, come fosse una zanzara in una sera d'estate: ronza e ronza, ti tormenta, e poi - come se non bastasse - ti punge, e tu meni una sberla su di te, ma lei l'hai mancata, e ritornerà all'attacco, dopo aver ancora ronzato un po'. Ecco! Proprio una zanzara è questo mio desiderio, questa mia somma aspirazione. Che posso dire, voglio brillare! 
Voglio, ma spesso, come adesso, penso che nessuno mi voglia vedere brillare, nessuno mi ricorderà, nessuno si complimenterà e rimarrò solo, qui, a perdermi in un desiderio vuoto e insensato, a odiare, forse, quelli che sono ritenuti meglio di me. 
Ma questo era solo l'ennesima sfuriata, il millecentotrentamilionesimo sfogo inutile, cui nessuno baderà. Forse è vero che sono destinato al silenzio, e anzi, addirittura alla vergogna: 'sei un arrogante, immodesto, che crede di essere chissà chi e invece sei nessuno'. Li sento già parlare nella mia mente, ma ripeto: questo era solo l'ennesima sfuriata, il millecentotrentamilionesimo sfogo inutile. Va be'...
Peccato."  

martedì 6 maggio 2014

IL TRIONFO

Il sole era caldo, stranamente caldo in quella giornata di marzo. Sulla città i raggi di Febo Apollo scendevano lentamente e illuminavano dolcemente le molte case di Roma, svegliando anziani e giovanotti, donne e uomini. Per le strade qualcuno già camminava frenetico, qualcuno si precipitava in quella o in quell’altra locanda. I mercanti già preparavano le lo loro botteghe mentre nelle osterie iniziava a circolare il pane appena sfornato, con quella fragranza delicata, quel ricordo di campi fertili d’Egitto, campi baciati dal Nilo e dai suoi fertili fanghi, fanghi che hanno nutrito i virgulti giovani e biondi di grano.
Quando Roma fu tutta sveglia, il popolo si precipitò in strada, nessuno rimaneva chiuso in casa propria, tutti correvano verso la grande via, la Via Sacra, puntavano tutti al colle del primo re e cercavano di essere i primi ad arrivare. La Via Sacra era gremita di gente, qualcuno calpestava qualcun’altro, più debole, un altro si arrampicava su quel monumento agli Scipioni che vinsero Annibale, un altro ancora osava salire gli scalini che conducevano alla sacra casa di quelle venerabili vergini sacerdotesse, rischiando severe punizioni; qualcuno prendeva il carretto e vi saliva, come fosse un podio, per avere una migliore vista. Dovunque si udivano i venditori che offrivano focacce stantie, qualcuno offriva bei monili di Persia, alcuni vendevano qua e là morbidi tessuti d’Oriente.
Tutto il popolo, senza distinzioni di ceto, si era riversato ai margini della Via Sacra, quella stessa via che Romolo percorse quel primo marzo dopo aver sconfitto il popolo dei Ceninensi. Tutti accorrevano ansiosi. Ed ecco!, dal fondo della via, la via sulla quale numerose case di nobili patrizi si erano accumulate negli anni, ecco risuonare squillante il suono di una tromba dell’esercito, poi una seconda, una terza, una quarta. Suonano insieme la marcia. Ora si accompagnano ai tonfi profondi di un grande tamburo. Ora sono decine e decine, centinaia. Camminano rapidi, i soldati, ma compostamente; un passo poi l’altro, tutti uguali, l’armatura è ben fissata sulle spalle, gli elmi sono sollevati e gli sguardi fieri, gagliardi, nessuno indossa le armi: non si può entrare armati in Roma!
Il popolo esulta, i fiori sono lanciati verso i vittoriosi soldati, uomini che hanno speso mesi e mesi contro nemici lontani. I soldati salutano con gli occhi. Me ecco che qualcuno ei soldati inizia a canticchiare, sono cose oscene, ma è concesso … quasi tutto è concesso ai soldati trionfanti. Ma non sono loro ad avere trionfato, no! il generale è sulla bella biga dorata, trainata da quattro cavalli di Persia, bardati e corazzati. Le insegne militari svettano sugli alti pali, sorretti da muscolosi soldati. Il generale è circondato da uomini possenti, ma anche questi sono disarmati: nessuno può entrare armato in Roma! Il generale saluta sorridente, con la mano destra si regge alla biga, con la sinistra fa cenni al suo popolo, guarda ogni capo allegro che lo osserva. Dietro di lui vengono altri soldati. Molti soldati. Qualcuno ha in mano grandi ceste di vimini ricolme di monete, di ogni genere: oro argento, sesterzi e assi; a grandi manciate distribuiscono il bottino di guerra: ognuno allunga le mani sia per proteggersi sia, e soprattutto, per accalappiare la maggior quantità di denaro. C’è poi la sfilata dei prigionieri; un infinito stuolo di schiavi di guerra, catturati e costretti a terribili condizioni, orfani di patria, hanno viaggiato per miglia e miglia attraverso l’impero, cibandosi di poco e bevendo con i cavalli. Il popolo è esultante. Ognuno è felice.
Là, all’imbocco di quel vicolo, ci sono  tre donne, sono puttane – si vede -, sono vestite senza pudore, una di loro ha un seno all’aria, l’altra ha i capelli scompigliati e la terza è troppo truccata; hanno afferrato un uomo, un giovane figlio di mercante, vestito bene, avvolto in una bella veste bianca, sembra un ironico simbolo della sua, ormai poco duratura, verginità. Una delle donne afferra la mano destra del giovane e la conduce sotto le sue vesti, là dove si congiungono le gambe; l’altra si è avvicinata e gli lecca l’orecchio con la sua lingua svergognata; la terza ha capito: il giovane è delle sue compagne, lei non occorrerà … si allontana alla ricerca della sua preda.
“Viva il generale!” urla quell’uomo vicino al tempio di Giunone, alza le mani in segno di giubilo, ma deve presto rimetterle alla cintola, altrimenti … troppo tardi: un abile ladro gli si è fatto vicino fingendo felicità per la vittoria sui barbari, ma è lesto di mano e, preso il sacchettino di cuoio, è sparito. Coraggio povero sventurato, corri a lavorare per riparare la perdita; non disperare, è inutile: i tuoi sesterzi se l sta bevendo un furbone in una bettola! Smetti di girare e guardarti attorno sconvolto, come se servisse a qualcosa … sei solo stato un grande ingenuo!
“Io ti ucciderò, sporco Germano!” grida un bambino al suo compagno, brandendo nella destra una grande spada di legno – legno che è solo legno, nemmeno la forma è di spada, eppure nulla vede come gli occhi di un bambino -; il suo avversario incalza, il Germano, e continua a sferrare colpi di ‘spada’ con ferocia, ma ecco che il nostro romani si riscatta e riprende terreno, si rincorrono tra i soldati, quelli veri, come se quegli uomini alti e robusti, temprati da molte battaglie, fossero in realtà una fitta foresta in cui si combatte per la vita e la libertà.
“Quinto!” urla una matrona in lacrima, si sta facendo strada tra la folla, a suon di spintoni e calci, e nessuno la ferma o la sgrida: lei corre piangendo,ma non è triste, no!, lei corre verso l’amato, lo vede, è quel soldato che cammina per terzo nella fila, si sta guardando attorno, lui, alla ricerca di quegli occhi amati, con la speranza che, in sua assenza, credendolo perduto, non si sia risposata, la sua dolce moglie. La vede, abbandona la sua posizione e corre verso la donna, vita sua. “Ottavia!” “Quinto!”. Si ritrovano dopo tanto tempo, dopo molti mesi, i due innamorati, e gli dei solo sanno cosa si dovranno raccontare nelle loro prossime notti, quante storie si narreranno in quel letto così troppo a lungo rimasto freddo e vuoto.
Il cielo è sereno. Febo apollo guarda amorevole la città dei Quiriti, osserva affettuoso l’Urbs dai sette colli, distribuisce generoso i suoi raggi caldi e si rallegra nel vedere la gioia del popolo di Roma.
- Non posso che complimentarvi con voi, maestro **!
- Grazie, Vossignoria, spero sia gradito ai Vostri futuri ospiti come, mi pare, lo sia a Voi!
- Non dubito che saranno ben invidiosi! – rise di gusto reclinando la sua testa ingioiellata all’indietro.
- Badate, moglie mia, non dite certe cose! – fece lui, severo.
- Marito caro, io sono solo sincera: il maestro ** ha superato ogni sua altra opera con questo ‘Trionfo in Roma’!

giovedì 1 maggio 2014

DIETRO QUELLE GRIDA

"Mentre sono qui seduto, tutto concentrato sulla filosofia di Blaise Pascal, la finestra chiusa è sferzata dal vento di fine inverno, strascico violento di una stagione che non vuole abbandonarci. Sono qui e tento di ricordare e comprendere bene cosa sia il 'divertissement' e al piano di sotto mio papà sta preparando la cena: spaghetti con gamberetti e zucchine. Sono qui e sento qualcuno gridare. Non è in casa. Ha smesso, riprendo a studiare. Di nuovo quell'urlo. Non proprio acuto, ma in qualche modo stridente il suono mi turba l'orecchio. Mi alzo. Ha smesso. Bah. Mi risiedo e continuo a leggere la frase. Ancora qualcuno urla. Ma viene da fuori! Ora capisco: sono quelle due vicine, madre e figlia, che urlano e si insultano, e gridano e si insultano, sono quelle che abitano oltre il nostro giardino, in quella casa che sembra quasi diroccata. Possibile che nessuno dica nulla?! Quelle due urlano sempre e in continuazione, bestemmiano e si insultano, si minacciano di ogni male e si insultano. Bah. Mamma dice che urlano perché non stanno bene di cervello. Io non le ho mai viste, credo. Ma se le vedessi che volto avrebbero? Io me le immagino sicuramente grasse e non curate, con quei vestiti che indossano spesso molte nonne d'estate, quei vestiti che sembrano tende - o tovaglie - con improponibili ghirigori e fantasie e che le fanno sembrare delle tavolozze di pittori scadenti. Mi immagino la vecchia con le caviglie gonfie infilate a fatica in zoccoli di plastica, tipo quelli degli infermieri. La figlia sarebbe sulla quarantina, più simile alla madre di quanto lei pensi, solo che lei sarebbe più triste da vedere: la madre, brutta e antipatica che sia ha amato ed è stata in qualche modo riamata; lei è sola, abbandonata in casa con una madre con cui litiga continuamente, destinata ad una vecchiaia triste e piena di nulla, arenata sul divano davanti a un televisore perennemente acceso, unica voce in quel mondo di solitudine. Bah.
Ma poi, perché urlano? Sempre, d'estate e di inverno, c'è sempre qualcosa che le faccia sbottare, una contro l'altra. A volte, quanto le sento, mi chiedo e mi immagino perché stiano urlando, e allora vedo un salotto sporco e buio, con la madre seduta al tavolo mentre pulisce i fagiolini e la figlia sdraiata sul divano a pisolare, stanca di far nulla e di vivere con quella bestia. E a un certo punto, forse solo perché una fogliolina è caduta dal tavolo al pavimento, la madre inizia a insultare la figlia perché non fa nulla; la figlia si rianima e inizia anche lei, e allora è una gara a recriminazioni, a ricordi talmente lontani da essere probabilmente falsi, ma non importa, è il momento - uno dei tanti nella giornata - in cui si urla e ci si sfoga, chissà per cosa poi, ma si grida e ci si insulta. Ah sì! 
Silenzio.
Ancora silenzio.
Torno a studiare il 'divertissement' di Pascal. Forse ho capito: secondo Pascal l'uomo, per evitare di restare solo, con le mani in mano, immobile e in compagnia di se stesso soltanto, si immerge in ogni tipo di attività, anzi solo per questo scopo ha creato tali attività! Curioso, trovo io. Cosa ha fatto pensare questo a Pascal? Certo è vero che l'uomo, sopratutto oggi, sembra, circondato e asfissiato dal mondo, dalle centinaia di migliaia di possibilità, sembra fregarsene di sé, o meglio, di cosa sia il sé - ovviamente oggi nulla è più importante del proprio ego, del proprio successo sugli altri!. Ma lui come lo ha intuito, e poi, perché Pascal non ci ha detto perché temiamo di rimanere soli con noi stessi: perché non voglio riflettere?
Mi viene da sorridere: saranno forse un 'divertissement', quelle grida? E se lo fossero, sarebbero un loro 'divertissement', o magari nostro, di noi che ascoltiamo, tutti i giorni, quelle galline urlare oltre il giardino?"