martedì 29 settembre 2015

UNA FARFALLA

UNA FARFALLA, oppure INNAMORATI
racconto tratto da 'Testamento' - JD 00 Aa 345 (archivio personale)

S'avvicinarono e si dissero che non dovevano più nascondersi nulla, si promisero che da quel momento non avrebbero più serbato alcun segreto l'uno con l'altro, perché ormai dovevano diventare una cosa sola, una sola anima formata da due respiri che, in un soffio, diventano una cosa unica, un ente, per così dire, potenziato. Le loro voci tremavano con tenerezza e li avvolgeva l'infrangibile barriera del loro amore: erano soli, nonostante il mondo, nonostante tutta la vita che oltre a loro due proseguiva inarrestabile verso la propria meta, erano soli. Erano dolcemente soli. Parlavano con dei sussurri, parole quasi non dette che l'altro capiva perfettamente, perché tutto si svolgeva negli occhi, e non contava più la lingua. Negli occhi ardeva infatti una luce diversa, una scintilla che magicamente riluceva da sé, senza bisogno di un sole a cui rubare i raggi. No, forse un sole c'era: l'uno era per l'altro la stella della vita, l'origine della bellezza e del proprio respiro si trovavano negli occhi dell'altro. Non ci sarebbe stato più nulla da nascondere perché in quel momento si fondevano entrambi in una nuova creatura che non avrebbe più potuto essere scissa nei due individui. Nel peggiore dei casi i due si sarebbero persi, l'amore scivolato per strada poteva anche essere calpestato da dei passanti, ma loro, ormai, erano legati, legati da un legame che sarebbe durato eternamente, oltre ai confini del tempo. Il ricordo sarebbe stato un marchio eterno, un sigillo posto per sempre che non sarebbe mai sbiadito, indelebile di fronte al passare dei giorni. Ora che erano così vicini non c'erano che emozione e sentimento, i quali si perdevano l'uno nell'altro e nessuno avrebbe potuto capire cosa fosse in quel momento, se emozione o sentimento. Tutto era sbiadito in se stesso e tutto si perdeva nell'altro, così che ciò che accadeva non poteva essere definito se non MISTERO. Un fascinoso e miracoloso mistero, inconcepibile e inafferrabile, ineffabile e impareggiabile. Era forse questo Dio? No, non era questo Dio, ma è proprio in momenti come questo che possiamo intuire l'impossibilità di definire Dio: è nell'amore inesprimibile di due amanti innocenti e sereni, teneri, che possiamo sfiorare l'idea, così folle di Dio.
Ma a loro di Dio non interessava poi un granché: c'era solo l'altro, c'era quella creatura meravigliosa che si trovava di fronte, un essere che forse poteva essere paragonata a un angelo. L'uno vedeva l'altro come luce, come ente straordinario e perfetto, ma tuttavia impalpabile! Ed era bello. Era bello vedersi con così tanta semplicità, con così tanta chiarezza; non c'erano regole, non c'era 'buona educazione', c'era solo la strana sensazione di quell'attimo, c'era soltanto la bellezza di quell'istante. Era bello, bello come il sole in primavera, quando al mattino, con addosso l'umidità della notte, ci accorgiamo che finalmente le guance iniziano a bruciare un po' ai raggi caldi; bello come un tuffo in una giornata afosa, quando il nostro corpo s'immerge e si lascia colmare dall'acqua fresca; bello come la luna piena in un cielo di montagna, quando svaniscono le luci di città e rimane solo lei, la regina della notte, con le sue ancelle, le stelle, in alto, sopra le vette perennemente innevate e i ghiacciai. Era bello. Semplicemente e dannatamente bello. Era teneramente bello. Non c'era che profumo, che dolce aroma dell'altro, anzi di entrambi. Erano chiusi in un bozzolo tutto loro e insieme stavano proprio preparandosi ad uscire come una straordinaria farfalla: avrebbero portato la loro bellezza al mondo, assieme, l'uno con l'altro; sarebbero stati come le due ali della farfalla: uguali l'uno nell'altro. In certi istanti si sarebbero toccati e amati dolcemente, in altri si sarebbero mostrati fianco a fianco al mondo, perché anche il mondo potesse godere della loro bellezza!
Stringevano l'uno la mano dell'altro, con devozione, quasi che portassero una vita fragilissima tra le dita. La pelle dell'altro fremeva leggermente sotto le dita e attraverso quel tocco passavano tutti i ricordi delle loro vite: uno si donava all'altro con tutto se stesso e non tratteneva nulla, affidava alle cure dell'altro ogni sua preoccupazione, ogni suo antico sogno e tutte le più intime speranze. Anche questo era un mistero, perché improvvisamente veniva meno tutto il corpo, quasi che la carne si sciogliesse e si fondesse, incapace di resistere alla meraviglia di quel tocco.
Quanto tempo passarono così? Non si può dire, perché il tempo s'era smarrito ormai, incapace di correre a fianco di una tenerezza simile, che non ha fretta, ch'è fuori da ogni ansia. Il tempo era semplicemente trascorso oltre a loro, li aveva scavalcati e ignorati: il mondo aveva continuato la propria esistenza mentre in quest'angolino s'era vissuto davvero!
Non è chiaro come, ma a poco a poco rientrarono nel mondo: forse un granello di polvere si posò nell'occhio di uno dei due amanti, forse un refilo di vento solleticò i polpacci dei due felici, comunque il mondo riottenne quei suoi due figli.
Si mossero e s'alzarono dal prato profumato che li aveva abbracciati. Verso le montagne si vedevano dei pesanti nuvoloni scuri che prima della notte si sarebbero svuotati sulle vallate semideserte. Senza parlare s'incamminarono mano nella mano, con quella puerile semplicità che è in qualche modo buffa: ci si stringe le dita come bambini all'asilo, in fila per due dietro alla maestra, ma le emozioni sono differenti, nonostante le attraversi una simile tenerezza.
I capelli di lei erano sciolti al vento, belli e profumati nell'aria tiepida. Lui ogni tanto si voltava e si riempiva gli occhi di quella beltà così preziosa, e non gl'interessava affatto che un sottile filo d'erba s'era arrampicato nella folta chioma scura.
Tornavano a casa, finalmente felici, avvicinati da un'esperienza nuova per entrambi: c'era stato un contatto, un incontro per nulla comune, destinato a significare l'immutabile legame tra i due. Un'energia sconosciuta li aveva attraversati e li aveva irrimediabilmente mutati. Questa sarebbe stata uno di quei momenti che avrebbe condizionato il resto della vita: i ricordi si sarebbero stipati sempre in maggior quantità nelle memorie dei due, ma questo attimo, in cui entrambi avevano sfiorato la materia di cui è fatto Dio, sarebbe sempre stato custodito in un luogo privilegiato, non soffocato da altre migliaia di ore di vita, ma ben protetto in uno spazio esclusivo.
Mentre camminavano iniziavano la loro opera: finché fossero rimasti insieme, avrebbero centellinato nel mondo tante briciole di bellezza, avrebbero urtato i cuori di quelli che affollavano le strade, avrebbero sparso qua e là il profumo della perfezione.

Erano belli. Teneramente belli.

sabato 26 settembre 2015

LA REGINA E SUO MARITO

LA REGINA E SUO MARITO
racconto tratto da 'Testamento' - JD 00 Aa 345 (archivio personale)

Di notte Aldobrando se ne sedeva nel suo studiolo, circondato da mille e mille libri, tutti accatastati gli uni sugli altri. Alla luce di un piccolissimo moccolo di candela il povero Aldobrando sacrificava la sua vista alla ricerca di un indizio che potesse aiutarlo in quella situazione drammatica. Ormai andava avanti da mesi, troppi mesi; e in effetti i mesi erano divenuti anni e anche questi s'erano assommati tra loro. Il tempo era passato e Aldobrando era sempre più determinato ad abbandonare quella folle impresa: era impossibile! Non c'era una soluzione, non poteva esistere un modo per risolvere tutto quel macello. Cosa pretendeva da lui quell'altro folle? Lui era un medico, certo, e anche il più stimato dei medici, per anni aveva studiato qualsiasi patologia, qualsiasi morbo, ogni cosa! Ma tutto ciò era impossibile, era al di là dei poteri di un medico. Nemmeno Dio avrebbe potuto fare qualcosa: se non ci riusciva lui, Aldobrando, neanche Dio sarebbe riuscito! Però non poteva desistere, se non altro,  per amore del suo collo e della sua preziosissima testa intelligente.
Fuori la notte si faceva sempre più pallida e presto l'alba avrebbe violato le tenebre. Allora un servitore sarebbe giunto da Aldobrando e gli avrebbe comunicato che il re lo aveva convocato. Lui avrebbe sbuffato alzandosi dal suo seggiolone senza imbottiture, poi avrebbe raccattato qualche fogliaccio a caso, riempito di chissà quasi sciocchezze, e avrebbe seguito il servitore fino alla Sala Privata del re. Lì lo avrebbe accolto un grande silenzio, interrotto solo dal crepitio delle fiamme nel grande camino.
Bussarono alla porta: dalla finestra sbirciava il primo flebile raggio di sole. «Avanti!» sbraitò Aldobrando, senza muoversi da dov'era. Un ragazzino impacciato e un po' gobbo s'affacciò nella stanzetta afosa e disse, con una vocina acuta e stridula: «Mastro Medico! Sua Altezza Reale vi convoca al Suo cospetto, immediatamente» Allora Aldobrando chinò il capo, rassegnato, e, come dopo aver preso la rincorsa, l'alzò in piedi. Caricatosi di qualche triste formula per i più inutili medicinali, si accodò al ragazzino e percorse gli scuri corridoi del castello. Ancora, nella pancia della fortezza, non giungevano i raggi luminosi del sole e solo ogni tanto appariva nell'oscurità una candela incastonata nelle fredde pareti.
«è forse cambiato qualcosa?» chiese a un certo punto Aldobrando, ben conscio di essere prossimo alla Sala Privata «No, Maestro: la regina rimane come sempre, e Sua Altezza anche stanotte ha dormito poco e in maniera estremamente agitata»«Il Cancelliere?» «Ha vegliato per qualche ora con Sua Altezza, ma poi si è ritirato. Quando Sua Altezza mi ha mandato a chiamarvi, il Cancelliere non era ancora arrivato» Bene, pensò Aldobrando, almeno se non c'è lo stramaledetto Cancelliere dei miei stivali posso pensare di tentare di far ragionare il mio amatissimo re folle! è tutta colpa sua, d'altronde, io lo so! E intanto arrivarono dinnanzi a una piccola porticina illuminata da tre candele su un candelabro incassato in una nicchia a lato. Dalla parte opposta vigilava un soldato armato di tutto punto. Il ragazzino aprì la porta e nuovamente Aldobrando riscoprì la luce del sole: dalle finestre su un lato della stanza entravano i raggi dell'aurora, ancora pallidi e timidi, ma già capaci di splendere più di mille scintille nel camino. Questo, a proposito, era caldo e crepitante, allegro. E solo l'allegria del camino sopravviveva ancora, infatti il resto della stanza era avvolto da una strana aura cupa, come se tutto fosse stato affumicato da una nube nera e pesante. Al tavolo, al centro, era seduta una figura ricurva, magra magra, piegata su se stessa e con le braccia lunghe, penzoloni verso il pavimento.
«Maestro?!» disse con fatica, quasi in un soffio, la figura al tavolo «siete voi?» «Certamente, Vostra Grazia!» «Ditemi: ci sono novità?» ecco la solita domanda, parte ormai di una routine quotidiana del quale il medico di corte non ne poteva più. «Temo di no, Altezza Reale: ho sfogliato i miei libri tutta la notte e ho trovato molto poco a proposito di questi sintomi» Tutto fu avvolto da un nuovo, ancor più innaturale silenzio: anche il fuoco sembrava essersi azzittito.
«Peccato!» Aldobrando non s'era accorto che in un angolo più scuro della stanza s'era appostato un omuncolo basso e grassottello, vestito con eleganza e ricchezza: il Cancelliere. Mannaggia, pensò il medico, ecco che c'è di nuovo questo lurido infame! «Peccato davvero, mio carissimo amico - proseguì l'ometto insopportabile, con una voce mielosa e ripugnante - Sembra quasi che le vostre illustrissime doti si stiano rivelando assolutamente inefficaci, non è così?» C'era più che malizia nelle sue parole; c'era una vera e propria crudeltà oscena.
«Non è che le mie arti non siano all'altezza, Signor Cancelliere, ma è che …» ma lo interruppe «No, no, no, mio caro amico, non vi dovete scusare. Non ce n'è motivo. Sappiamo tutti troppo bene che a volte ci si aspetta troppo da alcune persone …» In Aldobrando cresceva l'odio per quell'essere odioso: ma come osava, quel verme! Non sa chi sono, si diceva, io sono conosciuto in tutti i reami per la mia conoscenza e il mio sapere, e questo ignobile gnomo osa parlare così?!
«Vi prego - disse, improvvisamente, con la sua voce ch'era un sussurro, il re - vi prego, Maestro, ditemi che c'è qualcosa che non abbiamo ancora tentato, ditemi che c'è ancora una speranza … vi prego» sembrava un mendicante a digiuno da mesi e mesi, ormai privato di ogni vitalità, di ogni forza d'animo: uno straccio sporco e consumato.
«Mi dispiace Vostra Maestà, ma non … non …» cosa poteva aggiungere a quel 'non': avrebbe dovuto dar ragione a quel viscido del Cancelliere!
«Il fatto, mio unico sovrano - s'intromise il Cancelliere dannato - è che il nostro Aldobrando le ha provate ormai tutte, ha messo alla prova tutte le sue ricette e i suoi rimedi. Non ha altro da offrirci: è inutile rivolgerci ancora a lui, Altezza Reale, poiché ormai … - e fece una pausa in cui, nella penombra, sorrise crudelmente - perché ormai è inutile»«Questo è troppo! - sbottò il medico - io non sono inutile! Ma come vi permettete voi, lurido pezzente che non siete altro, parassita, meschino, schifosa sanguisuga?! La verità è che siete stato voi, ne sono certo, ne sono sicuro, non so come, non so in che modo assurdo, ma forse avete chiesto aiuto del diavolo con cui, questo lo so, ve la intendete benissimo. Siete stato voi, vile schifoso: avete fatto ammalare la regina di una malattia nota solo al demonio così da strappare le forze al vostro stesso re, carogna!, e così potete governare al suo posto: siete un verme, un verme, un verme putrido e mefitico, dovreste morire, impiccagione, ecco cosa vi meritereste, luridissimo maiale!!» Con quanta violenza sbraitò queste parole contro il Cancelliere, il quale, pacifico, si godeva la scena: ormai il medico s'era autocondannato con le sue stesse parole - anche il re lo avrebbe ritenuto un folle.
Aldobrando fu fatto portare via mentre sbraitava: il re aveva ordinato che fosse allontanato per sempre dal castello e che mai più sarebbe stato riammesso nella capitale.
«Cosa facciamo, ora?» chiese, ancor più sconsolato, il re, sempre immobile nella sua posa da straccio lercio.
«Altezza, mio Signore, cosa possiamo fare? Cercheremo un altro medico, altri sapienti, li faremo arrivare da ogni parte della terra, da ogni reame. Presenteremo loro il caso e cercheremo di rimediare a questa terribile faccenda - parlava con voce gentile, ma sotto sotto qualcuno avrebbe percepito l'affettazione di quell'espressione così eccessivamente preoccupata - Ma intanto voi dovete riposare …»«Ma … ma …» balbettò il sovrano «Ma, niente, Altezza: siete un grande re e vi preoccupate del vostro reame, però siete anche un uomo, sebbene uno dei più grandi di sempre, e in quanto uomo avete bisogno di riposare»«Grazie - disse con voce sincera il re, rivolgendosi con un sorriso gentile al Cancelliere - menomale che ci siete voi, così attento ad aiutarmi»«Non ringraziatemi, Altezza: vivo per servirvi»
Accompagnò il re alla porta dietro la quale lo attendeva un valletto. Di lì il re andò a riposare, mentre il Cancelliere si incamminò verso la Sala del Trono, dove si sarebbe seduto sul seggio posto poco sotto al trono e avrebbe governato al posto dello sventurato sovrano.
Intanto, nella sua stanza, la regina dormiva e non sognava, poi si svegliò e passò la giornata immobile, seduta alla finestra a guardare il paesaggio senza riuscire a proferire una parola, senza riuscire a mutare espressione del viso, senza riuscire a fare nulla.

Quando il re morì, qualche anno dopo, roso e divorato dalla disperazione per non essere riuscito a guarire la moglie, la sua amatissima sposa, i nobili del reame non poterono far altro che riconoscere al Cancelliere il diritto di continuare a regnare, visto che lo aveva fatto così bene anche quando non era lui il re.

martedì 22 settembre 2015

LA STORIA DEL BAMBINO CHE ODIAVA LE STORIE

Non aveva mai sopportato le fantasie. Che senso hanno tutte queste baggianate? Perché perdersi in immaginazioni vuote, sconclusionate, assolutamente inutili? Non ha più senso ciò che è reale, stabile e incontestabile? Un fatto è un fatto, è realtà pura, non c'è bisogno di perdere del tempo a costruire finte illusioni: nessuna fatica, se non la fatica di comprendere ciò che è, ecco qual è il vantaggio della verità. Ah, ecco sì, si tratta di verità e nient'altro. Non c'è nemmeno da paragonare la verità con la menzogna. Chi potrebbe preferire una bugia alla verità? Forse i folli lo farebbero, ma non sarebbero chiamati folli altrimenti! Non è difficile, a volte, seguire la verità, il fatto e ciò che è in realtà, perché è semplice matematica, è fisica, chimica, biologia, non astrusità pseudointellettuali.
Da piccolo guardava con cattiveria chi pretendeva di imbambolarlo con qualche bella storia di qualche eroe. Non apprezzava minimamente quei cantastorie che si gloriano nella loro lingua fluida e agile: incantatori, truffatori e ladri. Perché riempire le giovani menti di così tante stupidaggini? Per narcotizzarle, renderle sopite e inattive. Forse c'era una profonda crudeltà dietro quei personaggi così pittoreschi.
Crescendo non aveva trovato una strada facile: odiava ciò che lo circondava, perché tutti s'ingannavano e adoravano essere ingannati, quasi fosse godurioso. Che pazzia!
Rimaneva allibito di fronte al modo in cui certe sciocchezze incantavano i suoi coetanei, o i più giovani, o, addirittura, i più anziani: ad esempio non comprendeva come così tante persone potessero crollare nella trappola dello spirito. Chi è che aveva inventato questa stupidaggine della spiritualità, o anche dell'anima?! Certo, tutto questo poteva andare bene un tempo, quando si parlava di mitologie e quando la scienza non era che agli albori, ma oggi, oggi che la scienza conosceva così tante risposte, come poteva continuare tutto questo? Non negava che la scienza avesse ancora molta strada davanti a sé, ma sicuramente la strada percorsa dal sapere scientifico era di gran lunga di più di quanta ne avessero percorsa la religione o le filosofie!
E tutta 'sta gente che continua e continua, ma perché? Cos'è che non convince delle prove che la scienza può presentare? Non può provare che non esista Dio? Beh, ma sicuramente può dimostrare molte altre cose che un tempo erano credute vere e che la scienza ha sfatato! Forse non ha il segreto di Dio, ma ha il segreto del progresso, un progresso che la religione, la filosofia, gli spiritismi e tutto il resto non hanno minimamente!

Non aveva mai sopportato le fantasie: Cenerentola, per lui, era un'odiosa menzogna.

giovedì 17 settembre 2015

HO RICOMINCIATO

Ho ricominciato a pensare intensamente ad una persona, di nuovo come qualche tempo fa mi ritrovo ad essere innamorato. SI tratta proprio della vecchia pesante sensazione piacevolissima. è forse una frase senza senso quella che ho scritta ma nessuna frase con del senso sarebbe adatta a descrivere ciò che provo in questi momenti. Torno ad essere scosso da brividi profondi quando lo vedo, brividi che si fanno ancora più travolgenti quando mi sfiora e che si trasformano in vere catastrofi interiori quando la sua mano incontra la mia pelle. Sì, sono nuovamente innamorato, come allora. Come allora la sua voce mi stupisce e rimane chiara e limpida anche dopo ore e ore, giorni in cui non la sento dal vero. Come allora mi sorprendo di quanto anche vederlo felice per qualcun altro, con qualcun altro, non mi renda geloso, ma mi faccia dire tra me e me: "Ringrazio Dio perché ti ha dato la felicità: come potrei sopportare di vederti infelice?".
Come allora mi sento un condannato, condannato in una maniera orribile perché non rifiuterei mai il mio carnefice.

Ancora una volta mi sono innamorato di una persona tanto diversa da me, tanto lontana da ciò che sono intimamente: è come se fossi alla perpetua ricerca di qualcuno che non sia come me, qualcuno che non conosca tutte le paturnie e le fisime che mi sono creato. Qualcuno che mi comprenda, io desidero, non qualcuno che le condivida. Ecco allora che di nuovo sono innamorato di una persona differente, con cui ho poco in comune, con cui scoprirei la felicità più banale e stupida, e non profonde verità sentimentali da libro di un autore romantico. Nuovamente sono qui, ho ricominciato più o meno come qualche tempo fa e non penso che tutto ciò possa definirsi un totale disastro: non sono felice, ma almeno vivo di un po' di quella luce riflessa che mi è concessa.