martedì 14 ottobre 2014

OPS

Io sono un mago.
Una persona in grado di fare cose che la gente comune non può, una creatura che può creare dal nulla cose che prima non c’erano. Insomma tutti sappiamo cos’è un mago!
Un mago è una persona dotata di capacità magiche, no?!
Ebbene io ho delle grandi capacità magiche, ho dei poteri straordinariamente potenti … ahahahah scusate il gioco di parole ma è così.
Io sono un mago perché ho questa capacità che mi viene da dentro, ma sia chiaro, questo non significa che io sia l’unico qui: anche voi tutti che mi ascoltate avete un potere, anche in voi c’è quest’energia che proviene da dentro ed è straordinariamente potente! L’unica differenza tra me e voi e che io ho studiato e ho coltivato questa mia capacità: voi l’avete accantonata perché avete ritenuto più importanti altre cose, perché nella vostra vita vi siete concentrati su tante altre cose che vi parevano più utili e necessarie.
Io invece – forse per voi stupidamente – ho deciso di perseguire in questa mia propensione, in questa mia possibilità.
Ho sbagliato. Non so. Nessuno in realtà lo sa.
Però sono contento di aver preso questa decisione perché, da mago, riesco a fare cose che, senza questa mia capacità magica, non sarei mai stato in grado di fare!
Dite che sono un matto?
No! Non scherzo: io sono un mago davvero, e davvero riesco a far magie!
Vi faccio un esempio: una volta, dal nulla, feci uscire un ciuchino su un palco davanti  a tante e tante persone che rimasero incantate a questo spettacolo!
Io non so perché voi facciate quelle facce: pensiate ancora che sia un matto??
Ma perché?! Io sono una persona assolutamente sana di mente – sono certificato da uno dei più grandi psichiatri del mondo, un certo prof. ** – in grado di fare qualsiasi cosa normalmente, anzi, proprio grazie a questa mia magia sono in grado di fare molto molto di più.
Io posso fare quello che fa un idraulico con la mia magia ed è una cosa meravigliosa, perché in casa mia spesso e volentieri si rompe qualcosa, sia questa un lavandino o la manovella dell’acqua calda!
Non vi ho convinto?
Ah be’, non me ne importa più di tanto: credetemi pure un pazzo … tanto …
Comunque buon giorno e proseguite pure la vostra vita senza magia, ma ricordate che un po’ di magia la potreste trovare, se solo lo voleste, dentro di voi, da qualche parte proprio sotto il vostro cuore pulsante (se ancora pulsa!).
È stato un piacere.
Addio.





Ops …

Mi dispiace davvero tanto, dovete perdonarmi!!!
Ho un problema con le parole e il parlare, cioè ogni tanto confondo una parola con un’altra.

Ho detto che sono un mago? Volevo dire che sono un attore!

(anche se in realtà è più o meno la stessa cosa)

giovedì 9 ottobre 2014

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Trovo che sia assolutamente più facile scrivere delle pagine fini a se stesse. Difficile è, di questo son certo, scrivere un racconto, una storia complessa e costruita.
Per i fogli rubati è facile: ti fermi un attimo, ti osservi dentro ed eccolo lì: un sentimento, una sensazione, un'emozione, un qualcosa che si trasformano da sole in parole.
Nemmeno questo è da tutti, assolutamente vero!, però per me questo è più facile che scrivere un racconto.
Amo scrivere racconti, la trovo una delle cose più appaganti e portatrice di gioia che mai mi si siano presentate, eppure la trovo una delle cose più faticose e difficili che esista: la mente deve ascoltare il cuore ma non può pensare di spalmare sul foglio quello che ha ascoltato tale e quale, deve impegnarsi e costruire un qualcosa, un edificio con porte e scale, finestre e balconi, terrazzini e corridoi, deve immaginare un senso evidente, oltre che conoscere il senso profondo. Mi spiego?
Forse no, però è così che - credo - lavori la mia mente: si studia da sé un'idea e fino all'ultimo me la tiene nascosta, rivelandomi solo alla fine il risultato, stupendomi con qualcosa di assolutamente inatteso - e, devo ammetterlo, insperato.
Ringrazio il mio intelletto, come se non fosse parte di me, se il risultato mi piace; do a me la colpa, d'altra parte, e privo il mio ingegno di ogni responsabilità, se il risultato non mi soddisfa.
Ritorno a dire che scrivere un foglio è semplice, è più semplice, per così dire è 'intuitivo', è 'implicito', mentre il racconto ha un non so che.
Insomma: un racconto, mi si conceda questo, deve essere compiuto - anche nella sua incompiutezza per taluni racconti - in se stesso. Un foglio rubato non ha ragione di esistere né in sé né in altro, esiste e basta.
Questo almeno è chiaro?
No, forse anche questo è solo confusione.
Perché avevo iniziato a scrivere stavolta?!
Ah, sì: scrivere racconti e fogli.
Dicevo che scrivere racconti è più appagante, anche, in un certo modo che mi riesce assolutamente inspiegabile, fisicamente: quando un racconto si conclude c'è uno strano brivido di piacere che corre un po' dovunque, quando poi si tira il cosiddetto 'sospiro di sollievo' c'è anche un qualcosa che si muove in fondo alla pancia, che si scuote nei visceri e un poco si torce, è quasi doloroso, ma di quei dolori assolutamente goduriosi che a me tanto piacciono: sai che la storia è finita, sai che l'inizio ha ora una fine e questa è la fine dettata dall'inizio stesso, sai che la storia è conclusa, che la storia è completa e che è soddisfatta, è appagata e non chiederà - per ora - altro: tu le hai dato la parola fine e lei la apprezza, la riceve e la accetta.
Quando invece scrivo un foglio non sovviene, al termine, una sensazione di qualche piacere: so solo che ho finito, ce ho scritto un ragionamento, un sentimento, ma null'altro, sai che quello che è scritto è vero, è SOLO vero, ma proprio in questa sua assoluta verità manca qualcosa, qualcosa è assente.
In conclusione potrei forse dire che quello che mi appaga e poter servirmi dell'immaginazione? 
Credo di sì, credo di poter affermare che quello che mi dà piacere è la fantasia, l'immaginazione, il 'sogno', ciò che nasce dal cervello in unione con i sentimenti del cuore.

martedì 7 ottobre 2014

LE BACCANTI parte prima

Scendeva a poco a poco, un’onda sottile che avanza lentamente, un velo diafano steso con leggiadria, la notte. Al calore del sole si affiancava l’ascesa delle tenebre, ma queste erano ancora, in un certo qual modo, incerte, timide. Il caldo del giorno, che a fatica nelle ore diurne si era conquistato il dominio del creato, tristemente abbandonava gli alberi e le pietre, lasciava soli gatti e lucertole: una fresca coltre iniziava ad assalire ogni cosa, tentando di espugnare il tepore del sole.
Dunque vi era una battaglia, un conflitto vero e proprio che investiva tutto, indistintamente; non il sangue era lasciato sul campo, non cadaveri né feriti, ma solo perché non macabra non si neghi fosse battaglia.
Quando, poi, il sole svanì finalmente dietro le montagne scure, quel crepuscolo delicato e soave cadde nel freddo e nell’oscurità più opprimente: la battaglia, una delle tante che compongono l’infinita guerra del tempo, era vinta, vinceva la notte sul giorno.
Mentre questa guerra infuriava, comunque, la vita dei ‘civili’ trascorreva senza feriti, senza stragi, senza anche la pur minima preoccupazione.
Abbattuti, stanchi e affamati si tornava a casa dopo la giornata di lavoro, tutti – ovviamente – pensando ai propri affari, tutti – è scontato – preoccupati per la cena, tutti – è innegabile – impegnati a guardare se stessi e nulla d’altro. Immagine significativa di questo esodo?
Via Andrea Costa sfilava con le sue due corsie verso il centro, salendo gradualmente tra alti condomini; le automobili erano tutte puntate con il muso verso la periferia, allo stesso tempo disposte ordinatamente e alla rinfusa – come sempre appare una coda in autostrada, ad esempio; la corsia che saliva alla città era pressoché sgombra. In auto tutti sedevano rigidi e immobili, stufi e arrabbiati, con la faccia tesa e silente, tutti a passare in rassegna gli errori degli altri, a ricordare le sventure (proprie) della giornata.
Se questo sia uno degli effetti collaterali del progresso, il fio che dobbiamo pagare per i nostri agi non è qui che si discuterà, però, in quella strada, su uno dei due marciapiede, solo a risalire la via verso il centro qualcuno stava pensando al mondo, al progresso, alla società.
Benedetto rifletteva come riflettono tutti – o quasi – gli adolescenti.
Erano le prime domande che il mondo gli poneva e in qualche modo si sentiva alquanto inorgoglito del fatto che quelle domande fossero poste proprio a lui. Certamente riconosceva che quei quesiti erano universali, ma ogni volta che rifletteva si accorgeva che per ognuno non potevano essere proprio le stesse, che qualcosa, in quella sorta di questionario che l’adolescenza ci propone quando ci accoglie in se stessa, di caratteristico per ciascuno.
Be’ quella sera, mentre il sole era ormai calato verso ovest e le montagne a nord si erano ammantate di nero, la domanda che gli toccava di quelle ‘scritte’ dalla sua età era una delle domande più comuni: cos’è l’amore?
Non sapeva perché, ma quel ‘paesaggio’ di desolazione urbana, con le macchine simili a scatolette di sardine che ospitano uno solo di questi pesciolini stiracchiati, con il sole che si è stufato di scaldare uomini tanto antipatici, gli provocava una strana sensazione di rilassatezza ed era proprio in uno di quei momenti che, immancabilmente, si presentava una di quelle grandi domande sulla vita e sull’esistenza.
Allora aveva accettato la sfida e ponderato bene il quesito in cui era imbattuto per caso.
'Cos'è l'amore? L'amore sono i miei genitori quando si sposarono, l'amore è una mamma con il proprio bambino, amore è ... ho dato solo esempi?! Sì, mi vengono in mento solo e soltanto esempi, non riesco a trovare una definizione ... che scemo che sei, certo che non trovi una definizione! I gradi filosofi antichi e moderni hanno fallito nel definire l'amore e pensi di poter arrivare tu è dare la risposta così, in un batter d'occhio? Però adesso voglio sapere ... che cosa diavolo è l'amore? Be' è un sentimento e fin qui non ci piove ... no?! Dici che ci piove invece?! Beh sì perché forse dire che è un sentimento è riduttivo, forse sarebbe meglio dire che è un'emozione?! Si mi soddisfa già un po' di più: l'amore è un'emozione che nasce da ... che nasce da? Nasce? Dove nasce l'amore? Forse è più importante questo, cioè capire dove nasce, prima di provare  a individuare l'origine ... dici che è la stessa cosa? No io non credo sia la stessa cosa: dove nasce significa capire se è una cosa celebrale, o se nasce nella pancia, o nel cuore ... capire da dove nasce significa, invece, capire perché, stimolato da cosa ... oddio che confusione! Ricominciamo: cos'è l'amore. Un sentimento, no!, un'emozione ... beh insomma qualcosa che nasce dentro, nello stomaco o nella pancia che sia, sicuramente non nel cervello! Ma siamo sicuri che non nasca nel cervello? Eddai ci sono quelli che si innamorano della mente di un altro, delle sue idee ... quando succede è il cuore che si innamora della ragione o è la ragione che si innamora? Caspita ancora più casino sto facendo! ... Forse una cosa l'ho capita, però ... Ho capito perché nessuno ha mai dato una risposta soddisfacente alla domanda cos'è l'amore: a ogni possibile risposta sorge, in ognuno, un piccolo dubbio, una piccola critica che di fatto fa crollare il tutto! Ma in effetti non era la risposta che cercavo: chissene del perché tutti hanno fallito. Io devo capire. Cos'è l'amore? Riproviamo con gli esempi, magari esce qualcosa di buono ... dunque dicevo: amore erano i miei genitori il giorno del loro matrimonio, belli, vestiti tutti impeccabilmente, sorridenti davanti alla macchina fotografica, dietro il tavolo con la tovaglia bianca a tagliare l'enorme tortona che si sono fatti preparare con i loro gusti preferiti; amore  è una mamma con il suo bambino, quando si guardano intensamente come se null'altro ci fosse al mondo, e gli occhi dell'una osservano quell'esserino straordinario, che in un corpicino racchiude in sé il segreto più grande del mondo, quello della vita, e proprio questo esserino osserva colei che è, di fatto,  l'unico amore vero e stabile che mai potrebbe sognare, non importa se il loro rapporto fallirà, tra loro ci sarà sempre un filo che, sebbene invisibile, li legherà in eterno, qui ed oltre; amore però è anche un bambino orfano - o abbandonato - nelle braccia di una donna che ha deciso di prendersene cura, non importa se per desiderio - egoistico - di maternità, no! ha accolto la creatura e l'ha accolta come Sua, non come figlia di altri in casa, come Sua!; amore sono Annalisa e Dario, che si amano come ci amiamo noi alla nostra età, scrivendosi notte e giorni, terminando ogni messaggio con un cuore di un qualche colore, sentendosi tristi quando uno o l'altro è triste, sentendosi morire se non si vedono ogni sei ore per almeno altre otto!; amore è anche un padrone e il suo cagnolone bavoso?! forse sì, massì consideriamo anche questo amore, in fondo anche tra loro - credo io - si instaura qualcosa, una sorta di relazione ... comunque non mi sembra di essere riuscito a trovare un indizio facendo questa rassegna: sono come prima. Cos'è l'amore? Io sulla mia pelle l'ho provato? Se lo ritrovo tra le mie esperienze personali forse posso tentare di definirlo meglio. Allora ... amore amore amore ... cosa ho vissuto: sono figlio e credo di essere amato, ma l'essere amato non mi comunica alcuna caratteristica particolare, so solo che fa piacere essere amati, anche quando la mamma, che mi ama, sembra opprimermi in un certo senso ne sono grato .. però non mi aiuta con la mia definizione; sicuramente non so cos'è l'amore coniugale: sono un ragazzino!; poi non ho ancora provato cosa sia l'amore sinceramente, non mi sono mai innamorato come Annalisa e Dario quindi ...; nemmeno ho avuto un cane o un gatto .. nemmeno un pesciolino rosso in effetti! Be', adesso che mi sono detto questo mi sento un po' depresso: che vita penosa! Sembra proprio la vita di uno sfigato apatico e asociale, eppure conosco gente, sono estroverso, ho amici ... ho amici! Forse l'amore ha qualcosa a che far con l'amicizia?? Non credo proprio, cioè sono cose simili, forse collegate alla lontana, ma non credo che provare una delle due sia come provare l'altra, non credo che in amicizia ci sia dell'amore e viceversa: ciò che è amicizia è amicizia, ciò che è amore è amore! No?! Boh. Bastardo mi hai quasi preso sotto! Grazie per avermi fatto passare! Corri corri prima che anche questo cambi idea! Dov'è l'appuntamento? In Piazza Puccini? No! Forse abbiamo detto Gramsci!'

giovedì 2 ottobre 2014

QUANDO INCIAMPAI LIETAMENTE

o 'COMMENTO PERSONALE DI UNA POESIA DI PRéVERT'

I ragazzi che si amano - Jacques Prévert

"I ragazzi che si amano si baciano in piedi
Contro le porte della notte
E i passanti che passano li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
Ed è la loro ombra soltanto
Che trema nella notte
Stimolando la rabbia dei passanti
La loro rabbia il loro disprezzo le risa la loro invidia
I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
Essi sono altrove molto più lontano della notte
Molto più in alto del giorno
Nell'abbagliante splendore del loro primo amore"


Lessi queste parole per sbaglio, di sfuggita, per caso. Una delle poesie più famose - in molti hanno sentito almeno il titolo se non proprio l'intero testo - mi è venuta incontro come un passante che sbadatamente si incroci con un altro. 
Una poesia semplice e in qualche modo banale, scontata e ovvia. L'evidenza di quello che è scritto è disarmante, è shoccante quanto queste parole così comuni siano intrise di un qualche significato di verità estremamente profondo e toccante.
Lessi queste parole per sbaglio e scesero nelle profondità della mia memoria, sotterrandosi sotto infinite altre parole udite, lette, pensate. Si persero, o almeno io dimenticai di averle mai conosciute, anzi nemmeno questo: mai mi resi conto di essermene dimenticato perché mai mi venne chiesto, anche dalle sole circostanze, di ricordarle. Non ci pensai.
Ma quando uno sconosciuto è fondamentale per la tua vita, questi si ripresenterà più e più volte sulla tua strada, fino a quando finalmente non gli presterai attenzione ... così accadde con queste parole.
Un giorno annoiato, uggioso (per dirla poeticamente), questi versi sfilarono nuovamente dinnanzi a me e mi richiesero attenzione, stavolta pretesero che io rimanessi ad ascoltarli, non permisero che io passassi oltre con leggerezza, senza badarci: mi fermai, obbedendo al volere di queste parole e le rilessi due, tre quattro cinque sei sette volte.
Lessi e rilessi soprattutto il terzultimo e l'ultimo verso, convinto che ci fosse davvero qualcosa di fondamentale in quelle due semplici teorie di parole.
'Essi sono altrove molto più lontano della notte ... nell'abbagliante splendore del loro primo amore'
Quale sensazione provoca ai giovani innamorati l'amore? Nessuna tra quelle definite, ma un senso di estraniamento, di solitudine - sebbene una solitudine condivisa - una strana sensazione di paradiso isolato, come di una rocca inviolabile da cui si osserva il mondo, in cui si gode disperatamente, in cui si riesce ad ignorare il 'fuori', un'isola felice in mezzo a un mondo di molteplici tristezze, un'isola di immobilità in un mondo di fermento e ansia.
Che amore è questo primo loro amore? Davvero è l'Amore, quell'amore che riesce ad essere ingenuo e infantile, un amore fanciullesco che non conosce ancora le logiche del mondo, che ignora i meccanismi dell'età adulta e triste.
'... li segnano a dito ...'
Com'è bella questa frase dei passanti! I giovani innamorati sono additati, sono oggetto di odio e invidia, sono indicati come diversi e strani, ebbene è vero: loro hanno qualcosa che i passanti (adulti) hanno perso, qualcosa che nella vita si va smarrendo, qualcosa che nel crescere rimane indietro, come se in una corsa uno dei corridori inciampasse e il secondo ignorasse il tutto, non accorgendosene nemmeno.
Mi dispiace.
'Per chi?' mi si chiederà 'Per i passanti o per gli innamorati?'
Per tutti. 
Gli innamorati perderanno, colpa di questa nostra vita, quest'esperienza fantastica e la maggior parte di loro si dimenticherà di averla mai avuta - in pochi infatti oseranno ricordare, oseranno dico, non riusciranno, poiché quello che qualcuno, come il poeta, fa è davvero qualcosa di quasi sacrilego, un qualcosa che destabilizza la noia e il grigiume del mondo comune.
I passanti sono dei miseri che meritano pietà e compassione, mi pare chiara la ragione - e a chi non parrà chiara tale ragione allora davvero meriterà tutta l'attenzione di tutti per questa sua limitatezza e deficienza.
Questa poesia ora posso dire che mi è cara, che 'mi piace'. Però preferisco dire che questa poesia ora 'mi appartiene', è entrata in me e spero vi rimanga, spero che quando crescerò questa poesia possa ancora essere una specie di motto personale: anche da cresciuto vorrei essere uno di quei 'ragazzi che si amano.