giovedì 18 dicembre 2014

FINE DI UNA GIORNATA INUTILE

È finita anche questa giornata, anche quest’ultima giornata inutile. Oggi non ho fatto nulla. Avrei dovuto studiare e invece mi sono messo a leggiucchiare, a scrivere, ad ascoltare musical e guardare film. Che sciocco! Eppure ogni tanto mi prende la voglia di non far nulla, di dedicarmi solo a me senza troppa robaccia a circondarmi, solo immagini finte, solo suoni lontani, niente di troppo vicino, niente di troppo … ‘personale’.
È un peccato perché in effetti ho perso davvero tanto tempo a far nulla. Che poi ci ho provato a studiare greco, o matematica, ma il mio cervello proprio non voleva saperne.
Non ho nemmeno voglia di andare a dormire: mi sembra troppo faticoso.
O forse non voglio andare a dormire perché sono ben consapevole che quello che mi aspetta domani è davvero noioso e anche che domani non potrò perdere tempo a rincitrullirmi con idiozie varie?
Però non so nemmeno se vorrei rivivere un giorno come questo, so che ricapiterà, ma non so se voglio che sia domani: nulla da fare, mi muovo mollemente, senza un minimo di grinta, senza un fine cui tendere, pensando a niente se non al fatto che mi scappa la pipì, ma ora non ho proprio voglia di muovermi fino al bagno.
Be’, in fondo la giornata è finita: non è che non ho fatto niente, ma davvero mi sembra di averla sprecata, com’avessi buttato al vento ogni singolo minuto della giornata. Come se non fossi conscio del fatto che ho così poco tempo qui!
Comunque è finita. Non so se ne sono contento, però almeno ne sono certo: questo giorno è finito e ormai mi attende il prossimo, mi attende domani.
Uff … se almeno avessi fatto qualcosa! Avrei potuto dormire con un po’ meno d’ansia per le cose che sono da fare domani!

Non mi resta che una cosa: ‘Buonanotte e sogni d’oro!’

martedì 16 dicembre 2014

SOTTO IL VELO, AL RIPARO DAL SOLE

Cosa videro i tuoi occhi, donna?
Camminavi lungo la via quel giorno, serena nelle tue vesti leggere di mezza estate: cosa portavi in mano quel dì, sotto il sole del pomeriggio? Avevi in mano un cesto di erbe da cucinare per il sabato? Oppure tenevi in mano la tua gerla piena di acqua fresca?
Il sole era caldo e i raggi luminosi si insinuavano attraverso le foglie dei sicomori e dei fichi, ti dava fastidio quella luce negli occhi? Ti feriva lo sguardo e ti coprivi con il tuo velo? Ma ti piaceva quel caldo bacio celeste?
Camminavi lungo la via quel giorno, ma a cosa pensavi? Non pensavi a nulla forse … però come può una fanciulla non avere nulla per la mente in un giorno sereno e luminoso di un’estate calda e piacevole? Forse pensavi al domani imminente, alla festa che presto sarebbe arrivata, alla pace e al riposo … magari pensavi al tuo futuro, riflettevi sul tuo matrimonio, che il tuo cuore giovanetto desiderava così tanto, ti perdevi a immaginare la tua casa, a sognare i figli che avresti dato al tuo sposo, ai fiori che avresti colto per imbellire l’uscio, alle vesti che con cura avresti cucito alla tua famiglia; pensavi a tutto questo?
Camminavi lungo la via quel giorno e nessuno saprebbe davvero dire a cosa pensavi: nessuno può, purtroppo, ma davvero avrei voluto sapere cosa stessi pensando prima.
Cosa videro i tuoi occhi allora?
Si spostavano vispi e allegri dalla corteccia alle pietre, dall’erba alle foglie, e gioivi dei fiori e dei profumi, della luce e del creato.
Quali uccelli udivi cantare?
Quanto avrei voluto accompagnarti in quel lungo cammino, quanto avrei voluto assisterti in quella passeggiata! Ma non fui io, non toccò a me, purtroppo: fosti tu, toccò a te, e a te sola, solo e soltanto te!
Cosa videro i tuoi occhi, donna?
Camminavi e nient’altro, forse davvero non pensavi a nulla. Ma dopo a cosa pensasti?
Mentre camminavi forse ti cadde ciò che tenevi in mano, le tue gambe si irrigidirono, forse, e il tuo viso fu forse spavento: cosa provasti, donna?
Il sole secondo me si fece immobile, smise di scintillare; gli uccelli si fecero muti, fermi tra le fronde non più mosse dal vento; sì perché anche il vento abbandonò la sua fatica e lasciò le foglie degli alberi. Tutto ristette e si fece silente.
Qualcosa accadde davvero. Per te il mondo svanì in quel momento, si annullò la realtà.
Cosa provasti, donna?
E quando udisti quelle parole, quando comprendesti quel saluto, quando fosti pronta a rispondere, cosa provasti, donna?
Qualcosa era cambiato davvero in quel momento e i tuoi occhi scoprirono qualcosa di nuovo, videro qualcosa di stupefacente, sorprendente, qualcosa di … di sovrumano, di … divino! In te era cambiato qualcosa, in te era successo qualcosa …

Cosa videro i tuoi occhi, madre?

giovedì 11 dicembre 2014

CONSIDERAZIONI ATTORNO ALL'OMOFOBIA

A parte il ringraziamento ai Rappresentanti d’Istituto per aver permesso questo dibattito, voglio raccogliere in poche parole alcune considerazioni ch’io sento necessarie.
Molte sono le persone con cui ho avuto modo spesso di confrontarmi riguardo questo tema così particolare, così – è innegabile – attuale, però oggi per una volta ho visto davvero tante persone disposte a perderci tempo, disposte a impegnare il loro cervellino per parlare – anche se poco – senza troppi problemi, con pacatezza (perché forse non è sembrato, ma ero davvero tranquillo) e serenità.
Vorrei che fosse ancora una volta chiaro perché ritengo necessario questo tipo di dibattito: nessuno ci si aspetti che un incontro simile possa essere il luogo da cui esce un documento dell’altezza della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, però, a mio parere, tutti dovremmo aspettarci di uscire da un dibattito simile con qualche dubbio, con delle domande che noi stessi ci poniamo e cui noi stessi dobbiamo rispondere personalmente e intimamente. Chiunque si faccia le domande che vuole, qualsiasi va bene, basta che qualche domanda nasca e ci logori un po’, ci dia fastidio perché la risposta non è così ovvia!
Ho ascoltato le parole di molte persone, ho tentato di comprenderle così come mi venivano trasmesse, cercando di non applicarvi troppi miei filtri personali, così che il messaggio mi giungesse così come era stato pensato.
Ed è alla fine di questa operazione che posso dire di essermi posto nuove domande cui prima o poi spero di trovare risposta.
Ma comunque: cercherò di dire in poche parole poche cose.
Partiamo dal presupposto che l’omosessualità non è una malattia, visto che l’OMS ha riconosciuto che è semplicemente un ‘orientamento sessuale’; chiariamo anche che quest’omosessualità non è frutto di una scelta personale, bensì è un qualcosa di intrinseco e di proprio delle persone (in parole povere: ci si nasce!)
Chiarito tutto ciò possiamo pensare di procedere chiedendoci anche qualcos’altro: l’omosessualità è giusta o sbagliata? A questa domanda non si può rispondere, e per il semplice fatto che non ha motivo di esistere: sarebbe come chiedersi ‘è giusto fare la cacca?’ – decisamente una domanda inutile e sciocca.
Appurato, quindi, anche questo – che parrà a molti banale, ma che è bene ricordare, così da essere sicuri che sia chiaro ben bene per tutti! – veniamo al nocciolo della questione: lotta all’omofobia.
Ma cos’è l’omofobia?
Un mio compagno ha ritenuto opportuno chiederlo, giustamente, così da chiarire bene questo concetto, e questa è la mia risposta – opinabile: Omofobia è quell’atteggiamento, tipico di tutte le persone di questa nostra società, di quell’individuo che, per timore, schifo o chissà cos’altro, ritiene che l’omosessualità sia una discriminante, cioè un qualcosa che ci rende diversi in una maniera tale da permettere, addirittura, una prevaricazione.
Però, per assurdo, mi sta anche bene che esistano gli omofobi – considerando questa volta , con questa parola, coloro che non concepiscono l’amore omosessuale – a patto che questa omofobia non sia motivo di quella prevaricazione sopracitata, a patto che non vi siano discriminazioni né sociali né verbali né psicologiche né, ovviamente, fisiche.
Ma trasportiamo questo discorso così aleatorio in qualcosa di più materiale.

Omofobia è:
-          quello sguardo così simpatico che certi lanciano quando passa un gay/una lesbica
-          quel sorrisino/risatina spesso presente sulle facce di molti quando si parla di omosessualità
-          quegli insulti così belli che ci si lancia tra ragazzini, definendo ‘ricchione’ o ‘finocchio’ qualcuno, soltanto perché autore di una idiozia
Questi sono solo esempi comuni, che sicuramente noi studenti avremo di sicuro ben presenti.
Ma dove voglio andare a parare?
Non mi interessa parlare di adozioni o matrimoni, non mi interessa parlare di casi eclatanti o tragicissimi, nulla di tutto questo! Voglio solo fare notare quanto la nostra cultura ci ha trasmesso di omofobo, quanto la nostra stessa persona sia spesso così abituata all’omofobia che nemmeno ce ne accorgiamo …
Trovo meraviglioso che quando uno di quei ‘finocchi dai pantaloni rosa’ si uccide la comunità di giovani si mobiliti in massa, ma la mia domanda è:
    davvero bisogna sempre aspettare che ci scappi il morto?!
Impariamo a non ridacchiare, a non essere ipocriti con così tanta facilità. Soffriamo per i morti, ma cerchiamo anche di non essere causa per altre morti!
Ripeto, nonostante nelle assemblee si sia parlato anche di adozioni e matrimoni, io non voglio parlarne, anzi … proprio mi interessa altro!
Da ultimo voglio solamente chiarire una cosa: ricordate che quando si parla di omosessualità non si intende solo ‘due individui dello stesso sesso che si accoppiano per darsi piacere’ (per dirlo con una perifrasi decisamente delicata, ma, credo, certamente chiara); quando parliamo di omosessualità intendiamo anche qualcosa di più alto, di un sentimento vero che nasce tra due individui dello stesso sesso, di un’emozione che scuote il cuore di costoro … allora magari potremmo anche iniziare a parlare di OMOAFFETTIVITA’, cioè quello che davvero è: io mi innamoro, amo, voglio vivere con una persona del mio stesso sesso, non ci voglio solo … (chiaro no?!)

Ancora grazie a tutti,
ai Rappresentanti e a tutti gli studenti,
agli ‘omofili’ e un po’ anche agli omofobi.
Scusate per la lungaggine,
Un saluto

James Doreh

P.S.

Se siete omofobi in una maniera spaventosa, ma non volete essere giudicati, e tuttavia volete insultarmi, fatelo: la mia chat non è bloccata per nessuno, risponderò a tutti.

martedì 9 dicembre 2014

LE SPIAGGE DI BARGEN

Il momento più bello in assoluto è quando il cielo è nuvoloso e il giorno inizia a virare verso la notte scura: qualche raggio ha il coraggio e la forza di penetrare la coltre pesante di nubi scure e pesanti, la luce scintilla sulla superficie calma, quasi immobile, dell’acqua, e anche la spiaggia, segnata qua e là da una pozza di liquido salato, luccica un pochino, di un luccichio delicato e affascinante, incantevole. Tutto: cielo, sabbia, acqua è attraversato da pennellate bianche di luce pura.
Alejah se poteva si incamminava piano dalla rocca e procedeva sulla rena umida, dopo aver abbandonato i suoi stivali alla torre alla base della Rupe. Inspirava l’aria iodata, pura e fresca. La sabbia sottile si insinuava tra le dita e la sensazione di freddo sotto il piede gli dava un senso di sicurezza e stabilità.
La veste grigia di lana si scuoteva mossa dalla brezza che saliva dal mare, il gran medaglione di bronzo veniva, di tanto in tanto, sballottato sul petto, tintinnava con i mille anelli che lo tenevano appeso al collo stanco. Il cappuccio, tirato su per coprire il capo dalle goccioline che talvolta arrivavano trasportate dal vento, lasciava scoperto il volto anziano e barbuto di Alejah: procedeva chiudendo gli occhi ogni tre o quattro passi, cercando di liberare la sua mente da ogni preoccupazione, da ogni pensiero.
Procedeva senza fretta alcuna, prendendosi molto tempo per ogni movimento, anche il più semplice, godendosi ogni attimo di quella pace.
Un giorno Alejah camminava come suo solito, i piedi nudi affondati nella sabbia; lontano, sul mare, le nubi cominciavano a caricarsi di pioggia e presto quelle gocce avrebbero raggiunto le spiagge e la Rupe. In molti avevano tentato di dissuadere Alejah dal compiere quella passeggiata quel giorno, ma l’anziano era ostinato e cocciuto ed era riuscito  a ottenere che lo lasciassero andare, ma con una condizione: sarebbe stato accompagnato da uno dei soldati della guardia.
Il soldato camminava tre passi dietro a Alejah e si muoveva solo in relazione ai movimenti dell’anziano: nel loro incedere c’era qualcosa di affascinante; l’uno rigido, addestrato e controllato, figlio di addestramenti severi; l’altro piegato un po’ in avanti, rigido anch’egli ma per la vecchiaia, assorto in infinite disquisizioni intime e personali.
«Qual è il tuo nome, soldato?» disse improvvisamente fermandosi, ritto dinnanzi al mare, senza voltarsi a guardare la sua scorta.
«Romir, signore, figlio di Damian e Alessa» rispose il soldato, dopo qualche attimo di incertezza.
«Un nome importante ti hanno impartito i tuoi genitori» e riprese a camminare sulla sabbia umida.
«Certo, signore»
«Dimmi: da quando sei soldato qui a Bargen?»
«Faccio parte della guardia da pochi mesi, signore, dopo un addestramento durato sette anni alla fortezza di Schiele»
«Capisco, capisco … qualcuno ti ha raccontato della storia della fortezza?»
«La storia di Bargen la conosco fin da piccolo, signore»
«Bene, bene, mi fa piacere che ti abbiano istruito con la storia di questi luoghi … come hai deciso di diventare soldato? Una vita così dura, così faticosa e pericolosa, cosa ti ha spinto a scegliere una via tanto ardua?»
«Fin da piccolo sognavo …»
«Come tutti i bambini! È davvero un’aspirazione comune a moltissimi fanciulli quella della battaglia e della gloria che si può ottenere da essa, ma tu … come hai preso una simile decisione da adulto, con il giudizio che una persona adulta dovrebbe avere? Perché scegliere la guerra?»
«Io … io … non so … non lo so davvero: non ci ho mai pensato, signore, perdonatemi … »
«Io?! Perdonarti!? Per quale ragione dovrei perdonarti? Insomma: quale torto mi avresti fatto?!»
«Io … non so che dirvi, signore …»
«Conosci la storia di Bargen hai detto?»
«S … sì, mio signore»
«Raccontamela, te ne prego»
«Mmmmm, sì … Circa seicento anni fa queste terre erano controllate dal popolo Merg, i signori del mare, capaci come nessun altro di grandiose imprese sul mare, fondatori di città in ogni regione del Mare del Sole, tra i pochi a conoscere le rotte commerciali degli elfi di Grande Mir. Avevano fondato una grande città poco lontano da queste spiagge, una città che in pochissimo tempo era divenuta una dei più grandi centri commerciali dell’intero continente per la sua posizione particolarmente favorevole: in una costa di alte scogliere, precedute solamente da piatte spiagge insidiose,  solo in un punto la roccia ruvida scendeva in una piccola valle, che si incontrava, infine, con il mare, qui scorreva un rivo d’acqua dolce e qui il mare la costa era un poco riparata da delle rocce che, lontano, immerse nel blu scuro dell’acqua, trattenevano la forza furiosa delle onde. La città era mira di molti popoli che avevano abitato, prima dell’arrivo dei Merg, questa regione e ben presto dei cacciatori nomadi si radunarono in una sorta di esercito – decisamente male assortito – composto da uomini e donne, giovani e vecchi, tutti decisi a espugnare una città giù bell’e’fatta.
A quel tempo il popolo Merg che aveva fondato la città aveva anche deciso di darsi un governo di tipo monarchico, scegliendo un re da una delle famiglie fondatrici: dopo la morte del re si sarebbero svolte nuove elezioni e un nuovo re, sempre scelto tra le famiglie fondatrici, avrebbe preso le redini della ricca città. Poco prima che la guerra infuriasse nella regione tra cittadini e nomadi delle foreste, l’anziano re morì strozzato da un ossicino di pollo rimastogli incastrato in gola durante uno dei suoi innumerevoli pasti giornalieri. Mentre il cadavere veniva fatto rotolare via dalla sala del trono – perdonate se vi pare stupido, ma così mi hanno raccontato la storia – le famiglie fondatrici venivano già radunate per l’elezione del nuovo sovrano. Già la voce di un possibile attacco girava per la città ed era giunta fino alle orecchie del monarca, ma il defunto non se ne era preoccupato, forse pensando (e non a torto) che oramai la sua fine era vicina e che sarebbe stato qualcun altro a occuparsi della faccenda. Un nuovo sovrano venne eletto e si scelse un giovane gagliardo, ben addestrato all’uso delle armi e poco incline alla conoscenza e al sapere. A guerra scoppiò e fu una carneficina di nomadi e di cittadini: gli uni, i primi, erano meno preparati e svantaggiati dalla loro posizione di attaccanti, ma anche erano molto più numerosi, tanto da parere che ogni volta che uno veniva ucciso altri due prendessero il suo posto; gli altri, invece, erano avvantaggiati dal trovarsi dietro un muro solido e approvvigionati da un porto ricco e fiorente, ma anche si trovavano ad essere pochi e miseri, la maggior parte abituata dalla ricchezza al buon cibo e al riposo, al sollazzo e alla gola. Si continuava a morire e si continuava a combattere, si continuava a combattere e si continuava a morire. Il giovane re, che alle famiglie doveva essere apparso l’unica speranza di vincere una guerra, giorno dopo giorno diveniva sempre più miserevole agli occhi dei molti, evidentemente incapace di portare la parola fine al conflitto. Si racconta che il suo stesso padre fu l’ideatore della congiura che avrebbe portato la fine del suo regno: le famiglie erano pronte, si erano preparate un piano per eliminare lo sciocco bellicoso, buono a nulla, e per nominare un nuovo sovrano, più sagace e che, forse, si sarebbe rivelato un miglior stratego. Ma il giovane re ‘bellicoso e stupido’ non era cieco: scoprì di essere in pericolo e la congiura fu sventata. Però la congiura, sebbene non compiuta e sebbene non secondo le aspettative dei congiurati, ebbe i suoi frutti: la guerra sarebbe di lì a poco finita. Il giovane re, infatti, rifletté in seguito al suo tentato omicidio e si scoprì a considerare un altro modo per finire la guerra che non fosse il soffocare nel sangue i nemici. In un giorno nuvoloso, poco prima del tramonto – in un giorno come questo in effetti – incontrò una sorta di ‘delegazione’ nemica e discusse con loro un trattato. La parole fu l’arma più efficace: parlarono a lungo e non si sa cosa si dissero, tuttavia si sa cosa si ottenne: la città venne abbandonata e ricostruita qualche miglio più a sud, i popoli nomadi non entrarono nella città e continuarono a vivere spostandosi un po’ più a nord; insieme, Merg e nomadi, costruirono la Rocca di Bargen, in cima alla Rupe, cui unico scopo sarebbe stato quello di preservare il sapere, luogo di incontro pacifico per ogni individuo dal mondo.»
L’anziano Alejah aveva ascoltato, sempre voltato di spalle, il racconto e poi, finito che fu il racconto, si voltò con un sorriso amorevole e paterno:

«Se sai così bene la storia di questo luogo, perché sei diventato soldato?»