giovedì 31 marzo 2016

SKIN-TIGHT JEANS - lettera a S.

a S.
"Se ora fugge, presto inseguirà
se non accetta doni, ne offrirà
se non ama, presto amerà

pur se non vuole"

maggio 2015
Vedi, ho appena finito un racconto lungo, una storia che non ha la presunzione di essere un romanzo e che ho avuto il piacere di dedicare a te: questo racconto è nato d'estate, in una di quelle settimane che ho passate in solitudine a lasciar correre i pensieri e a permettere a ciò che avevo dentro di schiarirsi. Inizialmente l'avevo progettato in una maniera diversa, ma poi, dopo un periodo in cui SKIN-TIGHT JEANS non è stato minimamente parte dei miei pensieri, la storia si è plasmata da sé in un altro modo, un modo che non avevo considerato e che mi ha fatto arrivare alla fatidica parola di quattro lettere: fine.
Ma questa lettera non vuole essere l'esposizione di come questo racconto è venuto alla luce, non m'interessa spiegarlo e non credo ti possa interessare - e poi non ricordo quasi niente di tutto ciò - piuttosto questa lettera vorrebbe darti alcuni consigli, oltre a quelli che ti ho già dati, consigli e pensieri che ho sentito la necessità di legare a questa storia semplicemente perché questa storia è un simbolo, il simbolo di quello che è l'amore di quegli omosessuali che ancora hanno dei 'problemi' con la loro sessualità perché non riescono a superare quel conflitto interiore che, sia esso causato da un qualcosa di religioso (non m'interessa discutere s'esiste o meno un'anima e se le religioni abbiano senso!) o da un impianto socio-culturale, è una condizione miserevole, tra le peggiori di cui l'uomo possa avere esperienza.
Ho iniziato questa storia con quattro versi di una poetessa che in molti amano per la sua straordinaria capacità, per la sua imperitura bellezza: Saffo. Credo tu sappia chi sia, anche solo per sentito dire. Lei è famosa per aver descritto in poesia i 'sintomi dell'amore' che ancora oggi gli scrittori e i registi ricordano quando creano una scena d'innamoramento. Ma di Saffo i versi che più mi colpirono furono proprio questi: c'è un che di profetico in queste parole che le rende immortali non solo perché frutto di una poesia meravigliosa, ma perché sono la maledizione incisa sul cuore di ciascuno di noi, dall'origine dei tempi fino alla fine dei secoli.
Saffo comprende che l'amore è una forza, ancora prima che tutti gli scienziati si disperassero a ricercare le forze nel mondo fisico lei aveva scoperto l'unica forza in grado di sconfiggere ogni forza. Sì, perché l'amore - e tu lo sai bene - è qualcosa di impossibile, qualcosa di stranamente illimitato e immensamente potente, è quel qualcosa che potremmo immaginare alla base dell'universo, e non perché sono cristiano e la penso così per catechismo, ma perché davvero la mia mente trova solo nell'amore tutta l'energia e il vigore per spiegare ciò che esiste.
Saffo sottolinea che l'amore 'colpisce' tutti, è inevitabile, non c'è nessuno che ne sia immune, non c'è modo di tenere lontano dalla propria esistenza tale esperienza.
Ma perché dico tutto questo?
Perché vorrei che tu trovassi anche in Saffo una testimonianza, un sostegno, quando ti diranno che l'amore omosessuale non è amore, che è solo amore carnale, che è solo piacere dei sensi, che sei malato, che sei sbagliato: rispondi pure che non è una scelta, l'amore, che tu non scegli di essere omosessuale, rispondi che tu sei omosessuale, che se potessi sceglieresti volentieri di non esserlo, se questo ti consentisse di vivere una condizione un po' meno spiacevole di quella in cui sei costretto a vivere per colpa di tutti quelli che ti stanno attorno e non hanno ancora capito nulla!
Rispondi così, te ne prego, sii pronto a non cedere anche tu, perché so bene che dentro al tuo cuore - il tuo, perché sei una persona che ha ancora quei famosi 'problemi' con la propria persona - nasceranno ancora, forse sempre quei dubbi che ti conducono alla disperazione, quelle perplessità che ti trascineranno in momenti di crisi profonda, in una crisi odiosissima e dannatamente dolorosa! Ti prego, sii pronto a rispondere sempre, e questi dubbi che ti sorgeranno nell'animo accoglili, affrontali e, infine, sconfiggili: parla con qualcuno, confidati, trova una forza, anche uno sfogo … apriti e abbatti questi dubbi, poiché se questi dubbi portano solo alla disperazione, allora significa che sono dubbi un po' marci e non importa se sia stato Dio a farli sorgere o una tua follia momentanea, importa solo che sono dubbi bacati, malati, sbagliati; loro, non tu!
Abbiamo già parlato a lungo di cosa sia l'omofobia: sicuramente non è una cosa piacevole per noi omosessuali, ma mi sono sempre chiesto che cosa significasse essere omofobo.
Non ho trovato nessun omofobo in grado di spiegarmi cosa ci fosse di male in me, semplicemente dicono che siamo sbagliati e amen. Ma anche se non lo sanno dire, anche se dicono solo infamie, assurdità e stupidaggini, tutto quello che dicono a me qualche volta penetra fino in fondo nel cuore, mi ferisce come una frusta e così l'omofobo è in grado di farmi pensare davvero di essere sbagliato, malato …
Non so davvero spiegare come, ma succede e mi sono sempre convinto che un possibile modo per superare tutto ciò sia l'amore, quell'amore di cui parla Saffo … ho sempre sognato che l'amore potesse davvero essere la risposta, proprio perché pare così potente in tutto, in ogni situazione. Ma davvero basta? Qualche volta mi ritrovo a non essere così ottimista, talvolta non riesco proprio a vedere nell'amore un motivo sufficiente per rimanere e continuare a combattere giorno dopo giorno. E allora mi viene in mente quest'altra terribile domanda che non trova davvero nessuna risposta: perché a volte l'amore non basta? perché a volte l'unica cosa che sembra essere la più potente e forte di tutte cede anch'essa e ci ritroviamo nuovamente persi, soli, abbandonati anche se qualcuno accanto ci sarebbe? Cosa c'è, dunque, di più forte dell'amore?
Sono domande tremende, soprattutto l'ultima, ma sono domande che a volte devo pormi, come se fossi necessitato a farlo. Sono domande che rivelano un'anima indecisa e confusa, non perché volubile e sfrenata, ma perché disperatamente smarrita, cui sono venute meno tutte le sicurezze, anche quelle che giudicava inviolabili, incorruttibili, eterne.
Perché a volte l'amore non basta?
Io sono alla ricerca di questa risposta da tempo e spero che qualcuno, un giorno, possa o smentirmi questa domanda o darmi una risposta certa, che mi sazi la coscienza e chiarisca ogni mio dubbio.
Ma capita a volte e giuro che pregherò - perché io in Dio voglio crederci - perché tu possa essere tra tutte quelle persone per cui l'amore basta, quelle persone che davvero sono salvate dall'amore, che davvero sono finalmente e totalmente felici nell'amore. Ti auguro questo, ti auguro la più grande gioia che possa capitare ad un uomo su questa Terra: trovare un amore che basti e che ti basti!
Questo è l'unico augurio che merita d'essere fatto, a chiunque, non solo a te; perché sta nel non trovare un simile amore la più grande maledizione che possa abbattersi su qualcuno.
Non mi dilungherò oltre: forse sono stato anche un po' confuso; perdonami.
Ti rinnovo ancora una volta il mio augurio e ricorda:
"… se non ama, presto amerà, pur non volendo …"
Buon vivere a te e buona fortuna.
Con affetto sincero
James
P.S.
Prova a immaginare cosa sia successo ad Alberto: io non so davvero cosa possa essergli accaduto, non vedo niente … se ti venisse in mente qualcosa, dimmelo, per favore: mi dispiacerebbe saperlo infelice.

martedì 29 marzo 2016

SKIN-TIGHT JEANS - settima parte

MARTEDÌ notte
La svegliarono i suoi genitori, agitati, scuotendola con la mano tremante: lei non aveva sentito il telefono squillare di là. Dietro di loro la luce dal corridoio era accecante. Non le avevano voluto dire nulla, l'avevano solo svegliata e le avevano detto che doveva vestirsi in fretta. Lei si era vestita senza fretta, mentre la madre stava lì, sulla porta, le mani giunte sul ventre e gli occhi fissi nel vuoto, un po' umidi, preoccupati e addolorati. Papà era andato di là e Adriana lo sentiva trafficare con qualche chiave.
Quando fu pronta sua madre l'accompagnò in salotto, non preoccupandosi di spegnere le luci né di controllare che tutte le finestre fossero chiuse. Insieme uscirono di casa, chiudendo la porta con solo una girata di chiave. Le mani di papà tremavano, i suoi occhi erano agitati e si muovevano qua e là senza tregua.
Più volte chiese cosa stesse succedendo, ma nessuno dei due rispondeva: l'una rimaneva incantata, assolutamente assente, l'altro si agitava parlottando qualcosa di incomprensibile, saltellando agitato come fosse un tarantolato.
In macchina papà guidava spostando il suo sguardo ansioso da uno specchietto all'altro, agitato come se si trovasse in un incrocio trafficato all'ora di punta.
Finalmente, davanti al parco, papà fermò la macchina e si voltò verso la figlia.
«Io non volevo portarti, ma lei ha insistito per vederti, diceva che solo tu potevi aiutarla, che solo tu avresti potuto capirla, che aveva bisogno di abbracciarti e di stringerti …» quasi piangeva mentre parlava. La sua voce pareva quella di un isterico, di uno schizofrenico.
«Beatrice ha bisogno di me? Cosa è successo?»
Ma la domanda stroncò ogni parola nella gola di suo padre. 'Beatrice ha bisogno di me?' Udire simili parole spense ogni forza nel corpo di quell'uomo e lo lasciò lì, ormai liberato dalla sua agitazione, invaso solo da un immenso dolore: «No … - disse facendosi un poco coraggio, fissando un punto inesistente ai piedi della figlia - non è Beatrice che ha chiesto di vederti, non devi aiutare lei …»
Ormai Adriana era completamente confusa: la preoccupazione pulsava dentro di lei e raggiungeva picchi elevatissimi; il cuore si agitava ansioso e sembrava desiderare di essere strappato dal petto; sudava freddo, inzuppando la tuta che si era messa addosso mezza addormentata.
«Che cosa succede!!» gridò Adriana, ormai impossessata dall'ansia.
«Adriana … Beatrice … Beatrice è morta! - disse con un filo di voce quel pover'uomo - I suoi l'hanno trovata in camera sua, allungata sul letto verso la lampadina»
Non un'emozione, non una lacrima, non un gridolino. Nulla.
Gli occhi di Adriana si persero nello sguardo del padre e smarrirono il loro colore, si spensero nel vuoto.
Balbettò: «C-c-com … come è successo?»
Ma il padre non ebbe la forza di rispondere, si voltò e riprese a guidare, riprendendo la strada verso la loro meta; mentre guidava le lacrime gli rigavano il viso, andandosi a perdere nella barba folta.
Quando giunsero a casa di Beatrice l'ambulanza era ormai ripartita da molto e sul luogo rimanevano solo i vicini, i curiosi e i carabinieri.
I genitori di Beatrice piangevano in un angolo del portone, sorretti da qualche vicino caritatevole: quando vide Adriana la madre di Beatrice le corse incontro e la strinse a sé, piangendole nei capelli, urlando il nome di quell'angelo che quella sera si era involato verso un mondo più sereno.
Adriana dal canto suo ancora non piangeva, quasi in catalessi osservava tutto quello che le accadeva attorno e, quando la donna l'aveva abbracciata stretta stretta, lei era rimasta immobile, senza muovere nemmeno un dito, lo sguardo perso.
«Lei t'amava davvero! - urlava la misera - Lei t'amava!! BEATRICE! AMORE MIO!!! Perché? Perché a lei? Perché lo ha fatto? Perché? PERCHÉ?»
Il cuore di Adriana, bloccato per la disperazione, recepì quelle parole di dolore e ad un tratto si accorse di ciò che significavano: Beatrice si era uccisa! Il suo amore, la ragazza che aveva visto così tante volte sorridere per certe idiozie così sceme ora era morta, si era tolta la vita; quella ragazza che diceva di sentirsi davvero felice con lei, di sentirsi finalmente se stessa quando erano insieme, era morta, andata via per sempre dalla sua vita!
Il dolore fu qualcosa di straordinario, qualcosa di quasi meraviglioso: in un cuore che si era fermato alla notizia della morte della persona amata, tutto ad un tratto, tutto si rimise in moto: una fiamma ardente straziante iniziò a bruciare e divorare con il proprio fuoco; le lacrime finalmente scesero copiose e il dolore si manifestò con alte grida e lacrime terribili!
Adriana crollò a terra e il suo corpo scivolò tra le braccia della madre di Beatrice.
Rivoltandosi sull'asfalto la ragazzina gridava e piangeva, stringendosi il viso con le mani, graffiandoselo con le unghie, stringendo i denti in una morsa dolorosa, che tentava di impedire alla disperazione di uscire.
Passò molto tempo.
Quella notte non dormì nessuno e non ci fu spazio per le parole.
Quando la mattina Adriana fu portata di nuovo a casa le lacrime continuavano a sgorgare come da una fonte inesauribile, una fonte nascosta non dietro gli occhi, ma giù, nel cuore, celata nei sentimenti più intimi e privati della sua persona. Questo pianto non era attraversato da singhiozzi e scossoni, ma scendeva come un ruscello, rigandole il viso e scivolando lungo il corpo.
Sua madre le sedette vicino sul letto dove l'avevano adagiata. Almeno nella mamma sembrava tornata un po' di vita: osservava la figlia dispiaciuta ma non più inebetita, non aveva più gli occhi sbarrati, ma dolci occhi materni che si dispiacciono e per la sofferenza di ciò che hanno di più caro.
«Amore mio - disse a bassa voce, sfiorando la fronte della figlia con la mano - c'è qualcosa che mi hanno dato i carabinieri: è solo una copia questa, ma a quanto pare in cucina c'era un foglio su cui ha lasciato scritto qualcosa … c'è scritto qualcosa anche per te … vuoi che te lo legga?»
La figlia cui si rivolgeva non l'aveva mai vista: una creatura sofferente che stava sdraiata senza un cenno, senza un minimo movimento …
«No! Lascialo sul comodino ed esci»
Non c'era rabbia nella sua voce, ma nemmeno dolore, nemmeno tristezza: la sua voce aveva perso ogni colore, ogni forza, ogni slancio.
La madre obbedì e lasciò la stanza, non chiudendo la porta dietro di sé, indugiando qualche secondo sull'uscio a osservare quel corpo immobile.
Adriana chiuse gli occhi e ritrovò il volto di Beatrice, riuscì a richiamarlo a sé con il suo amore: sentì nel naso il profumo dei suoi capelli biondi, percepì tra le sue dita le mani di quella creatura meravigliosa, poté riammirare quegli occhi così grandi e luminosi, timidi ma felici. La guardava con quell'aria innocente e fanciullesca che aveva sempre prima di avvicinarsi e baciarla, con quel sorrisetto un po' birba che le faceva venire le fossette sulle guance.
Quando quest'immagine le fu chiara davanti agli occhi, Adriana gridò. Un grido lungo, alto e sofferente che riempì la casa e fece accorrere i suoi. Entrambi la tennero stretta, mentre Adriana ricominciava a urlare e disperarsi,a piangere l'amore perduto, l'amica ormai morta.
Ci volle del tempo perché si calmasse di nuovo, ma finalmente, stremata da tutto quel dolore, Adriana s'addormentò e dormì un sonno senza sogni.
Quando si svegliò era notte e di là i suoi si tormentavano per la figlia. Accese la luce del comodino e ritrovò il foglio che vi aveva lasciato sua madre.
La fotocopia era scura, ma si leggeva bene la grafia: quella r riccioluta l'aveva incontrata già tante volte in biglietti di auguri e fogliettini carini, in dediche scritte su quel cd o su qualche busta contenente una frase romantica o una lettera d'amore.
Le lacrime avrebbero voluto trionfare ancora ma il sonno aveva concesso ad Adriana di resistere e leggere.

"Fate avere questo foglio anche ad Adriana, per favore: non c'è persona che m'abbia più aiutato, che m'abbia più amato! Grazie Adriana, perché senza di te non avrei mai capito chi sono, perché con te ho scoperto che cosa significa stare bene, perché sei stata la persona che mi ha abbracciato sempre quando ne avevo bisogno. Grazie … non pensare che la colpa di quello che sto per fare sia tua: non hai colpa, amor mio, non ne hai e non te ne devi imputare … sei stata meravigliosa ma il mio cuore non riesce a sopportare. Tu hai dato forza a questo mio cuore, una forza che mi ha fatto superare tante e tante cose, ma oggi nemmeno la forza che viene da te riesce a farmi andare avanti, oggi la forza che avevo trovato è venuta meno e … e nulla. Ti amo, Adriana, e, qualsiasi cosa sarà, io sarò con te, vicino a te, in ogni tuo nuovo amore, in ogni tuo nuovo giorno: vivi per me, abbi la forza che non ho avuto io e aiuta un'atra come hai aiutato me! Sei la persona più meravigliosa che esista e t'amo, ti amo, ti amo, TI AMO! Dicono che siamo solo ragazzine e che non possiamo sapere cosa sia l'amore, ma quello che provo io lo riesco a definire solo così, con queste parole: TI AMO!"

venerdì 25 marzo 2016

VENERDì

3 aprile 2015
Oggi non c'è spazio per i colori e le parole, non c'è posto per i canti della grandezza di Dio, ormai tutto è finito e bisogna che tutti se ne vadano via dalla chiesa in silenzio e col capo chino: non possiamo dire 'Domani tanto resuscita, sappiamo già che non è morte definitiva la sua!'.
Oggi Lui muore, oggi l'Altissimo, il Re dell'universo, il Creatore del Cielo e della Terra, che s'è fatto uomo per salvarci e redimerci dalla colpa, oggi proprio Lui muore.
E se un mistero immenso è la Sua incarnazione, se un mistero profondissimo è la Santissima Trinità, quello che accade oggi è forse un mistero ancora più assurdo … sì, è assurdo! Come è possibile? Ieri il Signore si è inginocchiato e s'è cinto di un asciugamano, oggi addirittura viene ucciso, innalzato sull'alta croce, stanco e sanguinante, torturato dalla crudeltà ignorante della sua gente … che Dio è questo?
S'è fatto uomo, ha camminato povero tra i poveri ed ora muore …
E chi lo ha innalzato su quel legno maledetto? Chi ha dato quell'ordine folle? Chi ha acclamato un ladro pur di non concedere a quell'uomo buono e docile la libertà?
Oggi la riflessione lascia spazio allo sconforto: sembra che anche il Creatore sia impotente dinnanzi alla grandiosa malignità degli uomini, quasi che tutto l'universo sia nulla dinnanzi alla prepotenza dell'uomo.
Non rimane nulla, finisce tutto, come una festa che ormai s'è spenta, che non ha più da far ridere e divertire nessuno: "È compiuto!" e, chinato il capo, consegnò lo spirito. Chi rimane? Nessuno: la gente che ha assistito allo spettacolo di questi uomini crocifissi è tornata a casa, si è avviata alla vita normale; si ritorna alla monotonia delle strade tutte uguali, alle grida dei mercati e alla sete che prende la gola nelle giornate caldissime e secche. E ormai non c'è più nulla.
Con che coraggio posso ora ricordare le parole ch'hai dette ieri? Ieri avevi detto già tutto, ora lo comprendo, ora capisco perché quelle parole così strane ... oggi è morte: ti sei fatto uomo ed ora sei solo un uomo.

Davanti a questa croce non c'è granché: polvere e pochi sassolini. Cose grandi e belle, il profumo e la luce qui non ci sono più. La speranza? Dimenticata, smarrita in un angoletto sperduto nella notte. Tutto, tutto è scomparso, tutto e tutti. Non rimane che il silenzio che ora lascio calare quaggiù. Nemmeno un sospiro romperà questo silenzio: dopo quest'ultimo tuo respiro noi non oseremo vivere, nemmeno dinnanzi a te. Ce ne andiamo, ti abbandoniamo perché queste cose ci sovrastano: la vergogna, la paura, la delusione, il nulla ... non abbiamo le forze nemmeno per rimanere davanti alla tua croce. 

giovedì 24 marzo 2016

GIOVEDì

2 aprile 2015
È il giorno dell'istituzione di quell'attimo straordinario che per tutto l'anno rievochiamo per sostenerci, il giorno della nascita della nostra Chiesa, il giorno che è l'ultimo istante almeno apparentemente sereno prima di un precipitare di eventi drammatici, il giorno che ci restituisce la grandezza della divinità, quando, dopo un lungo periodo di silenzio, ci concediamo quel "Gloria nell'alto dei cieli, pace in terra agli uomini che Egli ama!"; è il Giovedì Santo, l'inizio di quell'ultimo cammino, un cammino che s'affretta alla salvezza.
È Giovedì. Ormai la settimana si avvia alla fine, presto assaporeremo il piacere dell'attesa del finesettimana, non manca molto a che noi riusciamo a riposarci, a godere un po' di tranquillità. Ed è proprio in questo particolare momento, in mezzo alla frenesia della nostra vita, che tutto si ferma, tutto si sospende, come un vento che fino a poco fa soffiava vivace, e che ora tace, lasciando immobili le foglie sui rami: si alza da tavola, depone le sue vesti, prende un asciugamano e se lo cinge attorno alla vita. Ecco, tutto è immobile: la cena non può proseguire, la settimana, per noi, deve arrestarsi. "Capite quello che ho fatto per voi?" No. Non capiamo. Sappiamo solo che non possiamo andare avanti, perché adesso ci hai sconvolto, ci metti in difficoltà, ci impedisci di continuare come abbiamo fino ad ora: i tuoi, quando tu facesti queste cose, rimasero sbigottiti, Simon Pietro esterrefatto, scandalizzato; e noi uguale: la settimana ora deve bloccarsi, il tempo scorra pure ma noi … noi non possiamo scorrere con lui.
Rimango qui ad osservarti, rimango immobile a scrutarti: quante domande, quanti dubbi, quanti interrogativi, quante perplessità, quante preghiere, quante lamentele, quante cose … e tu? Tu cosa fai? Ti alzi da tavola e deponi le tue vesti, prendi un asciugamano e te lo cingi attorno alla vita.
Ecco l'istituzione della Chiesa, a fianco all'istituzione dell'Eucarestia.
Quando qualcuno chiede 'Perché per tre giorni? Che senso ha iniziare il giovedì e finire il sabato notte, in attesa della domenica?', è difficile rispondere. Ma una risposta la possiamo trovare, è lì, proprio lì, da dove abbiamo letto queste parole: "Capite quello che ho fatto per voi?"
Abbiamo di tre giorni, solo perché ogni volta bisogna avere il tempo di accogliere ciò che succedendo, di comprendere quello che sta succedendo, almeno provarci: è qualcosa di straordinario, quello che sta accadendo, qualcosa che - e nessuno può negarlo - cambierà per sempre la storia.
Il Dio che già aveva portato scandalo facendosi uomo, accettando di rinchiudersi in un corpo di carne e fatica, l'unico Dio ch'era impazzito d'amore per una creatura che pareva ignorarlo, a tal punto da decidere di scendere in Terra, ecco che ora è pronto per dare scandalo l'ultima volta: Dio muore.
Il sacrificio che si verificherà domani nella carne e nel sangue di Gesù, nel Giovedì è anticipato, è annunciato, quasi che gli avvenimenti del Venerdì fossero solo una conseguenza ovvia degli atti di quest'oggi: Gesù si china ai piedi dell'umanità, si fa servo dei servi, e come quella donna gli aveva profumato i piedi, devota, così Lui, l'Altissimo, si inginocchia e si fa piccolo dinanzi ai calcagni di gente che presto sarà solo un mucchio di codardi; domani non si chinerà, anzi domani sarà innalzato da terra, ma anche allora sarà l'ultimo degli ultimi, morto per un branco di peccatori che gode dei propri peccati.
Davvero oggi è un giorno particolare, davvero è solo apparentemente un giorno sereno, un giorno allietato dalle alte note del Gloria: oggi inizia a scendere quel velo di morte, quella coltre di tenebra che farà 'buio su tutta la Terra'.
Ma come affrontare la domanda di nostro Signore?
"Capite quello che ho fatto per voi?"
Ogni volta che questa domanda si affaccia al mio udito, sfiora i miei orecchi, sempre il mio cranio rimbomba vuoto, invaso solo dall'infinità eco di queste parole. Perché non capisco, non comprendo cosa tu abbia fatto: ti sei chinato dinnanzi a me, e io, oggettivamente, chi sono? Sono un peccatore, un lurido mentitore, un perverso, un pervertito, una creatura deviata! E allora perché ti chini?? "Tu lavi i piedi a me?" Ma assolutamente no! Tu sei il Maestro, sei il Signore, l'Unto: perché mi lavi i piedi?
Ma poi smetto di ragionare con la mia mente, riconosco che il mio intelletto, per quanto capace di meravigliose creazioni, non è il tuo Intelletto: in quella risposta che dà Gesù a Pietro ("Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo") io ci vedo sempre un sorriso, un bel sorriso affettuoso sul volto di Cristo; mi immagino Pietro spaventato, oltre che strabiliato, e vedo Gesù che sorride affettuoso, lo guarda con quegli occhi che vogliono calmare, tranquillizzare, abbracciare. E quando vedo questo, ho finalmente smesso di ragionare: ascolto ora non la mia mente umana, legata, o meglio, incatenata a logiche terrene, ascolto ora il mio cuore, che non comprende completamente, ma che almeno si avvicina a te, si accosta al tuo viso, accetta senza fare domande.

Aspettiamo domani. Domani anche questo velo fittizio di serenità, quest'ultima immagine pacifica di una cena tra amici sarà svanita: ci sarà l'oscurità di un giardino, il crepitio delle torce … ci saranno madri distrutte, prosciugate delle lacrime … oggi è ancora giovedì, oggi, siamo Chiesa e proviamo a pensare a questo e basta: per il dolore ci sarà posto domani; per oggi, preghiamo e serviamo.