martedì 23 febbraio 2016

SKIN-TIGHT JEANS - seconda parte

MARTEDÌ mattina - 1
"Che palle 'sta pioggia!" pensava appoggiando la sua fronte al vetro freddo. Era l'ennesimo giorno che iniziava con quel grigiore muffito: il noce del giardino davanti era appesantito dalle goccioline che continuavano a battere sulle foglie verdi. Qualche uccello attraversava il cielo e si posava al riparo di qualche grondaia dove iniziava a scuotersi le penne.
«Ti porto in macchina! - tuonò la voce soave di sua madre dall'altra stanza – Piove!»
Si staccò dalla finestra rattristata ancora di più: già aveva dormito poco, in più la giornata iniziava nella  muffa piovosa; almeno quel giorno non ci sarebbero state verifiche. Ma non aveva proprio voglia di vedere i suoi compagni, non voleva passare anche quel giorno davanti a tutti quegli sguardi odiosi, avrebbe preferito stare con Adriana, perdere tempo con lei a fare stupidaggini, a ridere, o guardare qualche film. Ma non poteva quel giorno: Adriana aveva due verifiche e non poteva balzare la giornata.
Andò in bagno, dove, appena accesa la luce sullo specchio, ritrovò quel volto stufo, abbattuto, decisamente non felice. I suoi occhi erano arrossati dall'ennesima notte passata a dormire male, tormentata da mille pensieri, trascorsa a sentire la mancanza di Adriana; la pelle era molla, cadeva stanca, assonnata … con che coraggio uscire di casa? Perché non tornare ancora nel letto, tra le coperte a immaginare che Adriana fosse lì a coccolarla con le sue parole coraggiose, con la sua forza, la sua vitalità.
Questo era il momento del miracolo giornaliero, quel miracolo fondamentale che le garantiva di poter affrontare le ore successive con meno svilimento: aprì l'acqua e la lasciò scendere tra le sue mani mentre da fredda diventava tiepida, calda, bollente. Il calore partiva, allora, dalle dita, dai palmi e in un brivido scivolava per tutto il corpo scuotendola tutta, rinvigorendo ogni membra della sua magrezza. Fece una ciotola con le proprie mani e raccolse l'acqua che iniziava ad intorbidirsi, a farsi opaca. Affogò il suo volto e sbatté le sue dita contro il viso, sentendo sotto le falangi ogni osso del viso, ogni curva …
Si drizzò di nuovo davanti allo specchio e ora c'erano degli occhi un po' alleggeriti rispetto a prima, c'era un colorito rosato su quella pelle che pareva più soda, più viva, riempita quasi. Ecco che ancora una volta s'era compiuto il miracolo e quel viso cadaverico era scomparso, trascinato giù nello scarico dall'acqua bollente del rubinetto; nel lavandino riconosceva ancora, nell'acqua che tentava di scendere giù abbondante, lottando per scivolare via tutta, un tratto di quella stanchezza, intravedeva ancora quelle palpebre pesanti, ma in pochi attimi tutto fu inghiottito dalle fogne e almeno l'aspetto di Beatrice era, ora, quello di una ragazza normale, non felice di andare a scuola, ma nemmeno tremendamente scossa dalle ansie del suo cuoricino.
Si vestì in fretta, indossando una delle magliette che più piacevano ad Adriana - era una t-shirt semplicissima ma su un seno c'era cucita una minuscola coccinella che, con il suo rosso, risaltava sul tessuto celeste chiaro.
In macchina sedette dietro, come tutte le mattine, cercando di ignorare le urla feroci di sua madre perché una vecchietta s'era buttata in mezzo alla strada e ora impiegava ore per raggiungere l'altro marciapiede, o perché un deficiente aveva pensato bene di sfrecciare con la sua bicicletta tra il traffico intasatissimo di quella giornata piovosa.
Di sottofondo scorrevano le canzoni che qualcuno sceglieva per le loro mattine, tutte commentate da una voce estremamente fastidiosa di una qualche checca che emergeva verso la fine dei brani, quando le voci dei cantanti sfumavano verso il silenzio.
Alle fermate degli autobus davanti alla stazione s'accalcava una mandria infinita di studenti che attendevano tutti il loro pullman, estremamente eccitati nell'attesa di un'altra entusiasmante giornata di scuola: là c'erano i fattoni che si lasciavano elegantemente andare a sputacchi diffusi attorno a loro, per eliminare in qualche modo la straordinaria quantità di saliva che riuscivano a produrre; le ragazzine diligenti si riparavano in otto sotto un misero ombrellino con una stecca rotta: ridacchiavano o s'insultavano, inspiegabilmente accaldate in quel clima piovoso; i 'normali', poi, erano semplicemente i meno strani: qualcuno fumava la sua sigaretta, qualcuno messaggiava con chissà chi, qualcuno si preoccupava di riuscire a salire sul pullman giusto in mezzo a quel disastro.
Finalmente qualche autobus arrivava e allora erano scene meravigliose: in una scatoletta malandata s'ammassava un'infinita quantità di carne umana. Quando era il momento di chiudere le porte, poi, o una mano troppo inanellata di un fattone, o uno zaino con un quaderno di troppo, o un sedere di fanciulla non proprio in forma faceva sì che il braccio o il piede di qualcuno rischiasse l'amputazione. A quel punto le porte si rifiutavano di compiere tale intervento ed era straordinario vedere tutta quella gente tentare di riposizionarsi per occupare ognuno ancora meno spazio. In qualche modo si trovava una quadra e finalmente si partiva, si partiva con fatica verso un luogo che avrebbero tutti evitato molto volentieri.
«Non so se riesco a passare a prenderti: ti mando un messaggio»
«Va bene … tanto forse esco prima: se manca Alighetti (come è possibile visto che mancava anche ieri) all'una esco e torno a casa a piedi»
«D'accordo, basta che me lo dici»
La scuola iniziava ad intravedersi lontano, nel suo magnifico color topo morto. Lungo la strada qualche altro folle avrebbe tentato di suicidarsi solo per raggiungere un branco di suoi amici dall'altra parte, ma ormai tutti erano abituati a quello e faceva parte dell'imparare a guidare in città; un po' come quelle prove di Scuola di Polizia in cui devono entrare in un percorso e sparare solo ai cattivi ed evitare gli 'indifesi': qui bisognava tenere gli occhi non aperti, non spalancati, ma direttamente fuori dal parabrezza per avere una vista a trecentosessanta gradi sulla strada.
«Ciao!»
«Ciao …» si salutarono le due donne: la madre aveva tentato un po' di colore nel tono di voce, la figlia l'aveva stroncata con la solita secchezza, con il solito tono annoiato, stufo.
Ecco l'altro miracolo che si ripeteva ogni giorno: Beatrice si ritirò nel suo angolino, al riparo del suo ombrellino verde acqua - un ombrellino terribile, ma ch'era l'unico sopravvissuto di una lunga schiera! - ad aspettare.
> Dove sei?
» Arrivo: il pullman sta girndo ora
L'immancabile errore nel digitare era la conferma che a scrivere era una che odiava i telefoni, gli smartphone e tutto ciò che sia tecnologico: Adriana era così, e a lei piaceva che fosse così.  Mentre leggeva il messaggio comparve il primo sorriso della giornata, un sorriso che le scaldava il cuore ancor meglio che l'acqua bollente del rubinetto. In quei momenti, assurdamente, si accorgeva di quanto fosse contenta di avere Adriana: in altri momenti le mancava se era lontana, quando era con lei e parlavano stava bene ed era in pace, ma c'erano delle cose che le davano una gioia tutta particolare, una contentezza unica e straordinaria. Erano i momenti in cui, magari, Adriana stava parlando con i suoi compagni, mentre rideva bellamente per una battuta particolarmente spassosa: Beatrice la osservava, anzi no, la spiava e nel suo cuoricino sentiva un piacere immenso, quasi che in quello sguardo segreto ci fosse qualcosa di portentosamente potente, in grado di cancellare tutto il resto.
Il pullman ora lo vedeva avvicinarsi lungo il viale, affiancato da tante macchinine tutte colorate, battute tutte da gocce incessanti. Oltre il parabrezza si vedeva un ammasso informe di esseri umani (?) incastrati l'uno sull'altro, impilati come tanti mattoncini di forma diversa, un Tetris in carne ed ossa! I giubbottini colorati nella penombra dell'autobus stingevano in un marrone-nero vomitevole, una massa di colore indistinta. Finalmente si fermò davanti alla fermata e le porte s'aprirono, sbattendo contro i gomiti di qualche malcapitato. Tutti si rovesciarono fuori, quasi che quelle fossero bocche in preda al vomito. Man mano che la gente saltava giù qualcuno apriva agilmente il proprio ombrello, qualcun altro correva a ripararsi da un'altra parte.
Eccola, là. In un istante rapidissimo s'era fermata sulla soglia dell'autobus e aveva dato uno sguardo tutt'attorno: s'erano viste e lei aveva ripreso il suo movimento interrotto, precipitandosi anche lei giù dal pullman.
Le corse incontro senza aprire l'ombrello. Appena arrivò sotto quello di Beatrice le disse «Ciao!» con una voce allegra e particolarmente acuta e poi le diede un bacio, non permettendole di rispondere a parole.
Le piaceva ogni cosa di Beatrice, ma una delle cose che più adorava era il suo gusto: all'inizio sentivi il dentifricio, o la cicca, che le insaporivano la bocca di menta, ma poi era come se sentisse il sapore di lei stessa, un sapore solo per lei, che nessun altro avrebbe potuto sentire, gustare.
«Ciao - disse Beatrice quando le labbra si staccarono le une dalle altre; nella sua voce, quando parlava con Adriana, c'era un colore nuovo, un colore insolito, emozionato e, stranamente, felice - sei pronta per storia e fisica?»
«Sì - rispose lei, guardandola negli occhi con molta semplicità, infilando le sue mani nelle tasche della sua ragazza - cioè, andranno uno schifo entrambi, ma chissene: speriamo di riuscire a copiare qualcosa!»
«Ciao ragazze!» le salutò un compagno di classe di Beatrice.
«Ciao!» «Ciao!» risposero quasi all'unisono.
«Dai iniziamo ad andare sotto» propose Adriana, prendendo sotto braccio Beatrice, stringendosela tra le braccia.
Camminavano parlando di niente, con quella leggerezza che è la serenità dell'amore dei giovani, quando si passa il tempo a ridere ed essere semplicemente felici, quando non si hanno sensazioni assurde, ma semplicemente si sta bene con qualcuno, si desidera godersi questo qualcuno ogni minuto di ogni giorno finché non si ha la nausea - non tutti i giovani sono così, purtroppo, ma Beatrice  e Adriana lo erano, forse mosche rare in un mondo che dimenticava a poco a poco quest'amore giovane.
Camminavano con il cuore leggero, felici, semplicemente felici, ignorando la pioggia che picchiettava sull'ombrello, ignorando le pozzanghere che si presentavano man mano. Non c'era niente che le potesse disturbare.

Il viso stanco e stufo, abbattuto di Beatrice era scomparso nello scarico con l'acqua bollente, inghiottito dalle fogne.

giovedì 18 febbraio 2016

TREDICI FEBBRAIO DUEMILASEDICI - sogno

Ho deciso di tornarmene a casa solo passata la mezzanotte. Quando mi sono messo nel letto ero soddisfatto della serata: era andato tutto bene, avevo sorriso e m'ero divertito. Sì, insomma, bei momenti, felici. La nottata, poi, è stata riposante, non posso negarlo: mi sono svegliato senza voler rimanere ancora nel letto, forse con il profumo di poche ore prima nel naso.
Ma la notte non è stata leggera, perché stanotte ho avuto delle visite che non mi hanno fatto troppo piacere. è come se stanotte io abbia affrontato una di quelle esperienze che, di solito, durante il giorno evito come la pesta bubbonica. Non importa troppo, però, perché in fondo è stato solo un sogno, soltanto un insieme di immagini che la mia mente ha creato. Ma no. Non è vero neanche questo, in effetti: i sogni non sono solo farneticazioni di un cervello stanco dopo un'intera giornata di luce e colori; i sogni sono la più intima parte dell'animo umano e sono, penso io a volte, pezzettini di anima sparsi come polvere profumata sulle palpebre chiuse dalla notte. Sì, i sogni sono quella parte preziosa, quelle gemme rare che scintillano quando meno te lo aspetti: dicono quello che le parole non possono, esprimono quello che, nascosto nelle profondità più recondite, nemmeno i poeti sono mai riusciti a esprimere.
Comunque, la notte è stata particolare, perché questo sogno non è stato piacevole, anzi, direi piuttosto che è stato alquanto faticoso. Ma ho forse esagerato ancora una volta con tutte queste parole.

Non so quando, ma ricordo dove: il luogo che mi ha visto crescere. è proprio quella chiesa in cui sono stato battezzato, in cui ho ricevuto la mia prima comunione, solo dopo essermi riconciliato. La cresima, anche la cresima ho ricevuto in quella chiesa. E quella famiglia che ho davanti? Io con i loro figli, più piccoli di me, ho giocato spesso, prendendomi, da bravo giovanotto, qualche responsabilità. Niente di serio, ma mi impegnavo. Quella famiglia … mi dicono che hanno ragione loro, ovviamente.
Ma perché non vogliono che due persone che si amano possano stare assieme? Loro si amano, e stanno assieme, ebbene … cos'hanno loro, che noialtri non abbiamo? Non possiamo avere figli dopo una notte di amore? è vero … e ciò è doloroso, perché in fondo sentiamo tutti noi di non essere completamente come voialtri, però … però anche noi ci amiamo.
Lasciateci la possibilità di amarci e basta, voi amerete sempre e comunque, noi ameremo sempre e comunque! I figli cresceranno male senza un padre e una madre ... oh, sì ... è vero: i figli di divorziati infatti sono tutti criminali, depressi, morti suicidi. Ma che assurdità, insistere a ripetervi queste cose, perché voialtri dite che non è uguale. Ebbene, non insisterò affatto.
Noi ameremo e forse un giorno capirete ciò che predicate ma non comprendete. L'amore è l'amore: la famiglia tradizionale non è mai esistita. Non confondiamo il matrimonio cattolico, quello religioso, con 'la famiglia'. La famiglia non è mai esistita come volete voialtri che sia oggi. La famiglia non è mai stata padre e madre e figli, e basta; perché volete far credere ai vostri figli che sia sempre stato così? Noi, proprio noi Cristiani, Testimoni in Cristo, Membra, come dice Paolo, di un Corpo Vivo, sappiamo che la famiglia è altro …: la famiglia è amore.


Non è stato un sogno comune: mentre sognavo piangevo, nel sogno piangevo e soffrivo. Vivrò ogni giorno nell'amore.

martedì 16 febbraio 2016

SKINTIGHT JEANS - prima parte

VENERDÌ notte
"Uff … adesso sì che si deve entrare in scena: la vedo dura; ho anche male ai piedi! Bah, tanto per fare il pirla ho sempre abbastanza forze, e ormai ho anche una certa dignità di buffone, non posso perderla per una serata un po' stanca!"
Parcheggiò la macchina nella piazza davanti al castello, perché ormai non c'era più da pagare. Spense la macchina mentre un paio di ragazzi passavano sotto il porticato del teatro - uno dei grandi ignorati della città. Prima di allontanarsi dall'auto ritornò indietro due volte e per tre volte riaprì e richiuse con i due tastini di plastica delle chiavi: nel sentire e risentire quegli scatti si sentiva un po' più sicuro del fatto che la macchina fosse inviolabile. Infine fu pronto per allontanarsi da quel parcheggio che, inaspettatamente, gli era riuscito veramente molto bene.
In centro c'era un gran vociare, per i portici cittadini rimbombavano le risate e le urla di tutta quella gente che s'affollava al bar, che vagava senza pudore verso un altro locale, verso la discoteca poco più in là - dove stava andando anche Alberto -, qualcun altro vagava, evidentemente ubriaco, o fatto, con la bocca impastata e gli occhi strani.
Alberto, dal canto suo, camminava rapidamente, passi lunghi e ben distesi, nei sui jeans stetti, con la camicia celeste che scintillava sotto al giubbino leggero (troppo leggero). Il cielo sapeva di pioggia; probabilmente all'alba sarebbe rientrato cercando di evitare mille pozzanghere.
In tanti s'avvicinavano alla discoteca, moltissimi in compagnia, qualcuno con fare rissoso, certe fanciulle decorose ed eleganti non vedevano l'ora di cadere ubriache tra le braccia di qualche ragazzino infoiato.
Alberto avrebbe preferito starsene a casa, probabilmente, o comunque andare al bar, piuttosto che in discoteca; stranamente non aveva nemmeno voglia di bere quella sera.
Svoltò verso la Barriera e attraversò la strada noncurante: le macchine si sarebbero fermate loro, lo si sapeva, era come un tacito patto ch'era stato stretto tempo e tempo addietro, chissà da chi e chissà con chi.
La sera era fresca; sentiva l'aria infilarsi tra i vestiti, sfiorargli il petto come un soffio leggero.
Quando giunse davanti all'ingresso del locale sentì una gocciolina cadergli sulla fronte. Che gliene importava: stava entrando!
Entrò e passò la serata con i suoi amici, impegnato a confermare la sua reputazione, deciso a non sembrare diverso dagli altri.
**
LUNEDÌ notte
> Dormo … almeno ci provo … ti amo! Buonanotte
< Mi racomando, cerca di rilassarti: io farò finta di studiare qualcosa (ahahahahah - non ci credo neanche io!) Buonanotte amore, sogni d'oro
Lesse il messaggio con il sorriso, felice di vedere il solito errore nello scrivere 'mi raccomando'. Ma il sorriso era anche perché ancora una volta poteva addormentarsi pensando a questa persona meravigliosa: le dispiaceva non poterla avere lì con lei, stringerla, sentire il profumo dei suoi capelli, ma quando l'ultimo messaggio della giornata era il suo allora riusciva a stendersi nel letto immaginandosi quel profumo e quella pelle delicata, la semplicità con cui l'avrebbe sfiorata, il respiro che sarebbe uscito da quel naso che tanto amava …
Spense il 3G e si mise a posto nel letto, rigirandosi un po'. Controllò che la sveglia fosse impostata e poi chiuse gli occhi. La giornata le sfilò davanti in un istante. Fuori, ancora, pioveva.
"Ma da quanto piove?! Sono giorni: che palle! Ho voglia di andare al mare, ho voglia di sole! Potrei andare a farmi una lampada domani, o dopodomani. Solo che se poi mi faccio la lampada la rompipalle sta addosso! Uffa, non la sopporto più. Anna domani deve portarmi gli appunti di inglese altrimenti col cavolo che faccio l'interrogazione settimana prossima. Domani non ho proprio voglia di andare a scuola: è una giornata inutile, potrei stare a casa a studiare. Ma chi ci crede?! Passerei la mattinata a vedere qualche film e la giornata sarebbe ancora più pessima perché non vedrei Adriana!"
La stanza s'illuminò.
Beatrice non si era accorta di avere ancora gli occhi aperti.
Un messaggio normale?! Chi manda messaggi normali?!
Un numero sconosciuto.
< Ciao! Senti non so chi sei ma mi sono stufato: cerca di non fare così perché non è normale e mi sto davvero stufando …
Aveva sbagliato numero, evidentemente. Avrebbe voluto scrivere a chiunque fosse che aveva sbagliato numero, ma non lo fece subito: si sentiva un po' in imbarazzo. Alla fine scrisse:
> Guarda, scusa, ma mi sa che hai sbagliato numero: non so chi tu sia!
Una volta inviato le venne da ridere e cercò di soffocare i suoi gridolini per non svegliare i suoi genitori che dormivano di là. Riappoggiò sul comodino il cellulare, decisamente di buon umore, pronta a dormire senza bisogno di sognare.
Si riaccese lo schermo nella notte.
< Ma davvero? Cioè, scusa … scusa per l'ora: buonanotte, chiunque tu sia!
La sua risposta era ancora più esilarante e stavolta far tacere la risata fu estremamente difficile: premette la bocca sul cuscino e se la rise per qualche minuto.
Si ricompose … tornò a voltarsi sulla schiena affondando sul cuscino ch'era un po' inumidito dalle lacrime. Ancora le veniva da sorridere: chi mai potrebbe riuscire a fare una figura simile? Nemmeno lei, con la sua sfiga leggendaria ci sarebbe riuscita!
"Questa è da raccontare! Assolutamente!" pensava nel buio, mentre a poco a poco il sorriso si spegneva, esaurendo l'assurdità della cosa. La bocca aveva ancora sul palato un po' di quell'ilarità, di quelle risa fragorose ch'aveva dovuto soffocare nel cuscino; sentiva appoggiate alla lingua le risate liberatorie, graditissime, ma, come un sorso d'acqua, iniziavano a scivolare verso lo stomaco, pronte ad essere digerite e dimenticate. Pian piano riemergeva il gusto della lontananza da Adriana, tornava la malinconia di un letto troppo vuoto, di un abbraccio immaginato.
"… mi sono stufato: cerca di non fare così perché non è normale …"
Le ronzavano in testa queste parole, ma ora non c'era più nulla di divertente. Era come se ci fosse qualcosa di terrificante, un qualcosa di cupo e tetro. Chissà a chi erano dirette quelle parole: che cosa poteva avere fatto questa persona per meritarsi un messaggio simile dallo sconosciuto che si era 'stufato'?
Si ripetevano monotone, sempre uguali e senza una pausa: una cantilena che iniziava a diventare molto fastidiosa. E continuava, continuava a ripetere che s'era stufato, continuava a ripetere che non doveva fare ciò che faceva perché 'non è normale'.
Le risate erano dimenticate, inghiottite e digerite, scomposte e irripetibili. Ora c'era dell'amaro in bocca, un gusto metallico, ferroso, nauseante, quasi che quelle parole … sì, ora sembrava proprio che quelle parole non fossero state inviate per errore a lei, le sembrava che fosse proprio lei la giusta destinataria di quel messaggio … era Beatrice che aveva stufato lo sconosciuto, era lei che doveva cambiare modo di fare, modo di essere, era lei che non era normale!
"Ma che cazzo dico?!" Si disse nella propria mente, arrabbiandosi "Non può essere che fossero dirette a me queste parole: ha sbagliato numero, semplicemente!" Ma mentre nella sua testa parlava a questo modo, cercando di pensare abbastanza forte da coprire con i pensieri quella continua eco del SMS, dentro cresceva il sospetto che non ci fosse stato un errore, che tutto questo non fosse accaduto per un caso, perché uno sconosciuto aveva sbagliato a digitare il numero sul proprio cellulare. S'accresceva in lei quella voce che le ripeteva con sempre più foga che non era normale, non era assolutamente normale.
Ora sentiva caldo: le gambe le sudavano, il petto sussultava ansioso, ansimante. I polmoni non riuscivano a respirare, non s'allargavano a sufficienza, come se un enorme masso fosse stato posto sul seno. I capelli, per il sudore, le si appiccicavano alla fronte. Sapeva di avere gli occhi spalancati, aperti nella notte alla ricerca di un po' di tregua: nel buio si susseguivano ombre luminose, le solite, che però ora sembravano più agitate, sembravano scintillare agitarsi con una strana fretta, quasi fossero corpi in preda a convulsioni.
Con uno sforzo immenso si tirò su a sedere, lanciando via le coperte. Respirava a fatica, inspirando ed espirando violentemente, in una brama ossessionata di aria, di freschezza, di sollievo. S'illudeva che tirandosi su potesse far rotolare via anche la pietra che le si era posata sul petto, aveva sperato che lanciando via le coperte avrebbe allontanato anche quell'oppressione soffocante, e invece era lì, seduta, sudata, folle per delle voci che continuavano a tormentarla, a ripeterle che non era normale!
Non s'accorse che le voci erano svanite, non si rese conto che l'aria fresca della notte le aveva carezzato la pelle asciugando il sudore, non aveva notato che la pioggia era tornata a risuonare nelle sue orecchie al posto delle parole di quel messaggio. Respirava.
S'alzò dal letto e camminò nel buio a piedi scalzi verso il bagno.
Accese la luce e ci volle del tempo perché riuscisse a sostenere le palpebre. Sedette sul water e strinse tra le mani l'estremità della maglietta che usava per pigiama. Fece pipì e si lavò, stanca.
La sua mente era sgombra, le diceva soltanto che voleva riuscire a dormire un po', almeno qualche ora, prima di dover affrontare un'altra giornata in mezzo alla gente.
Si fermò qualche momento al lavandino e si fece scorrere tra le mani l'acqua fresca. Bevve un sorso d'acqua. Le avrebbe rinfrescato anche tutto il resto del corpo; ma l'acqua la deluse stavolta e si scaldò non appena le toccò le labbra. Non importava: bevve comunque.
Tornò nel proprio letto, al buio.
Il lenzuolo era stato rinfrescato e fu un piacere ritirarsi addosso la coperta.
Il ricordo della buonanotte di Adriana era ormai inconsistente, perso in quegli attimi di agitazione, smarrito chissà dove nella memoria. Ora ricercava una nuova pace nell'oscurità, sperava nell'arrivo del sonno, anche agitato magari, ma finalmente sonno: non era più importante riposare, adesso desiderava solo non dover più ricordare.
Aspettò così, sdraiata,con la faccia rivolta verso il soffitto buio, verso la notte che ormai era calata su tutta la casa eccetto che su di lei. ancora una volta era la diversa della situazione perché tutti dormivano mentre lei doveva rimanere sveglia tormentata da chissà quali pensieri, perché poi? perché uno sconosciuto aveva soltanto sbagliato a scrivere un numero, perché un qualche pirla non aveva digitato i numeri corretti sulla sua dannata tastierina di vetro … Sarebbe bastato cambiare ancora una cifra e probabilmente lei in questo momento sarebbe stata addormentata, coccolata dalla buonanotte di Adriana.
Nell'oscurità si convinse a chiudere gli occhi: "Dormi! Devi assolutamente dormire Beatrice: tutto ciò che   è successo oggi dimenticatelo e dormi, lascia perdere tutte le preoccupazioni e dormi per una buona volta. Non sognare nemmeno, non importa, chissene frega se non dormi, l'importante è dormire: dormi, dormi, dormi!"
Guardò il telefono.
Dalla buonanotte era passato davvero molto tempo: presto sarebbe sopraggiunto il domani e lei ancora non aveva chiuso con l'oggi, continuava a rimanere in sospeso su quella giornata che, proprio al termine, le aveva riservato questa bella sorpresa.

Non seppe se la giornata del domani era già iniziata quando finalmente riuscì ad addormentarsi, le bastò, appena sveglia, accorgersi che alla fine c'era riuscita, che alla fine il sonno era arrivato e lei non aveva avuto più nulla da ricordare.

giovedì 11 febbraio 2016

CINQUE FEBBRAIO DUEMILASEDICI

Mi sono alzato e mi sono chiesto: come faccio a non dimenticare ciò che ho appena visto? Ho subito cercato di ripercorrere il mio sogno e … ho incominciato a ripetermi ogni dettaglio, ogni minimo aspetto: richiamavo in continuazione alla memoria tutte le immagini ed eccomi qui, adesso, con un po' di tempo, finalmente.
Non so cosa ho sognato, non so nemmeno perché ho sognato. Però penso di aver sognato questa creatura angelica solo perché durante il giorno, da sveglio, cerco di dimenticarmene, cerco di ignorare il suo viso che mi appare ogniqualvolta chiudo gli occhi. E penso anche che questo sogno mi sia arrivato come consolazione, come carezza …
Quando mi sono addormentato ho salutato la giornata contento di separarmene, ne ero decisamente stufo, decisamente annoiato. Ero anche arrabbiato, forse, perché quando mi sono addormentato ho dovuto ripensare ad alcuni tristi momenti in cui, per l'ennesima volta, ho dovuto discutere per il modo in cui sono fatto. Oh, il modo in cui sono fatto! Che noia, tutte le volte torniamo sempre a questo punto.
Basta.
Bene, ho sognato. Stavolta ricordo che era da qualche notte che non mi visitava un sogno. è curioso che sia stato proprio un angelo ad apparirmi in sogno. Una sorta di annunciazione profana (profanissima!) che mi ha visitato di notte, quando sei solo, immerso nella più profonda delle caverne di cui tu sei fatto. Un angelo è venuto a trovarmi, a portarmi una notte strana, in cui ogni problema della vita del giorno pare dimenticato: nel sogno le cose impossibili succedono, questo è ovvio, ma ancor più meraviglioso è che tutto sembra vero, e come se fosse vero lascia delle tracce nella tua anima, nel tuo cuore, così che, anche qualora il sogno svanisse, le sensazioni rimarrebbero sempre e comunque. Così mi ha visitato il mio angelo.

Quanta gente! è estate e fa caldo. Un luogo che mi ha visto correre quand'ero piccolino, uno di quei posti in cui cresci giorno dopo giorno. Ah, ecco sì, il sagrato della chiesa non lontano da casa. è estate, decisamente: sono tutti in pantaloncini e maglietta.
Non sono affatto piccolo: sono proprio io. C'è anche lui. Gioca con dei bambini: sembra un gigante in mezzo a quelle testoline matte che sono appena uscite dall'asilo. Si diverte e la sua pelle, le sue gambe scoperte, giocano con la luce del sole. Oh sì, penso proprio che ci sia il sole: c'è una luce strana.
Io entro al fresco, lo lascio fuori.
C'è gente, dentro, e si ride. Si ride sempre. Quanta gente!
Perché non sento nemmeno una parola? Ah già … però, senza che nessuno dica una parola, mi dicono se possono avere da bere. "Certo!" - non lo dico. Vado in cucina.
Oh … ma non era fuori a giocare. è di schiena, si lava le mani. Non siamo in cucina, però: questo è un bagno. Boh. Quando si accorge che qualcuno è entrato gira la testa.
Sorride.
Mi sveglio?

Forse non mi sveglio. Continuo a dormire fissando quel sorriso gentile.